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07 novembre 2014

Germania Est, quelle campionesse vittime del doping

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Silke Horner, Birte Weigang, Katrin Meissner e la super campionessa della Germania Est Kristin Otto, oro a Seul nella staffetta dei 4x100 misti (foto Getty)

Le tedesche della Ddr furono le vere protagoniste per un ventennio in ogni disciplina. Dopo la caduta del Muro si scoprirà però che avevano subito pesanti trattamenti medici dallo Stato, a loro insaputa, e ne pagheranno le conseguenze sulla propria pelle

di Alfredo Corallo

La storia di Heidi Krieger basterebbe da sola per comprendere le atrocità che si nascosero dietro lo spropositato numero di medaglie (409 in 5 edizioni delle Olimpiadi) che la Germania Est saccheggiò dagli anni '70 agli inizi dei '90, quando il "fratello Ivan" si riapparentò - anche sportivamente - con la sorellastra occidentale. Nel 1986, in piena Guerra Fredda, Heidi vinse la gara di getto del peso agli Europei di Stoccarda con un lancio di 21,10 metri. Ma con la caduta del Muro di Berlino verrà fuori tutta la verità, drammatica.

La metamorfosi. Era imbottita di sostanze dopanti come l'Oral-Turinabol, uno steroide prodotto dalla Jenapharm (azienda di Stato) che produsse l'effetto di alterarle i tratti somatici, ormai diventati maschili a forza di ormoni (un tasso nell'organismo di 17 a 1; Ben Johnson, per dire, aveva un rapporto di 10 a 1). "Opfer der pharmaindustrie", una vittima dell'industria farmaceutica. Così implose la sua crisi d'identità, che si tradusse in un tentativo di suicidio, fino all'operazione che le salvò la vita: dal '97 Heidi si è "reincarnata" in Andreas, un transessuale.

"L'uomo nuovo". Le medaglie altro non significavano che lo strumento di propaganda della Ddr, una nazione che non arrivava nemmeno ai 17 milioni di abitanti ma che per due decenni rappresentò una delle tre potenze sportive a livello mondiale, con l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. A farne le spese - come vere e proprie cavie da laboratorio - principalmente le donne, appunto, che dominarono nell'atletica e soprattutto nel nuoto: Cornelia Hender, che sposò "sughero" Roland Matthes, "lo Spitz di Pößneck"; Kathleen Nord e l'insuperabile Kristin Otto (6 ori in tre stili diversi a Seul, libero, dorso e farfalla). Senza dimenticare la biondissima velocista Katrin Krabbe, trovata positiva al clembuterolo, stangata e costretta a rinunciare a Barcellona '92. Dopate fino al midollo, a loro insaputa, con sostanze che non venivano nemmeno testate prima sugli animali (ma che per la quantità avrebbero ammazzato pure un cavallo).

La condanna. Qualcuno disse che avevano più testosterone loro che un'intera squadra di football, e non era una battuta. Le conseguenze? Infertilità, tumori al seno, disfunzioni di ogni genere per oltre mille atleti, depressione, tanti cadaveri sulla coscienza. Solo un terzo di loro (troppa la vergogna) approfittò dell'indennizzo - mìsero, rispetto ai danni procurati, 10 mila euro - derivante dal processo a Manfred Ewald, ex ministro dello sport e presidente del Comitato olimpico della Ddr, condannato a 22 mesi nel 2000 per aver imposto il doping contro la loro volontà a centinaia di atleti.

Sex on skates. E poi erano spiate 24 ore su 24, dalla Stasi, che ascoltava e misurava anche i rapporti sessuali delle ragazze. "L'amplesso è avvenuto tra le 20 e le 20.07..." si legge nel libro Meine Jahre zwischen Pflicht und Kür (I miei anni tra il dovere e la scelta) di Katarina Witt, due volte campionessa olimpica nel pattinaggio a Sarajevo '84 e Calgary '88.

Kati "ghiaccio bollente" vuoterà il sacco, snocciolando le 3mila pagine di dossier che la polizia tedesca aveva riempito della sua vita, che era ancora una bambina. Poi troverà anche il tempo di divertirsi, posando nel '98 per la copertina di Playboy, che la coprì d'oro. Oro vero.

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