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11 dicembre 2014

Spike Lee: "America, stop razzismo. Chi amo io? Ali"

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Spike Lee all'Università Bocconi di Milano (foto Luigi Brindisi)

Il grande regista Usa incontra un migliaio di studenti alla Bocconi prima di assistere al match di Eurolega dell'Olimpia e dichiara la sua hit parade sportiva. "Per me lo sport è vita"

di Paolo Pagani

“Se lo sport è vita? Ma certo che lo è”. Giubbino d’argento, coppola blu, crocefisso luccicante al collo e pantaloni verdi trapuntati da spedizione artica, sneaker abbaglianti ai piedi, Spike Lee si presenta alla Bocconi di Milano senza loden e in effetti non somiglia molto al presidente dell’ateneo Mario Monti. E’ qui ospite di Universiday, evento che vuole lanciare Milano come polo accademico di valore internazionale. Nell'incontro intitolato The 49th Minute. A life in sport and movies.



E’ qui, dopo un blitz a Roma, perché è una star carismatica mondiale e può parlare di tante passioni: lo sport, il cinema, la difesa dei diritti civili, il razzismo da combattere sempre e ovunque (“Non conosco l’Italia, ma so che avete problemi con gli immigrati”). Terrà un’orazione civile laica, in piedi sul palco, almeno un migliaio di studenti in visibilio attentissimi alle sue parole, in inglese senza traduzione, contro le violenze della polizia americana. Una clip mostra il soffocamento di Eric Garner in strada a Staten Island, gli agenti che gli praticano il chockehold illegale strangolandolo.


Gli chiedono di parlare di soccer ("Per noi in America è divertimento, non è uno sport"), di basket, di boxe. Dei suoi idoli, dei film che ama. Di Mike Tyson, che ha diretto in scena a Broadway con la piece autobiografica Undisputed Truth , e di Kobe Bryant (“Ho da poco girato con lui, un microfono pinzato alla canotta mentre si allena, mi ha rifilato 61 punti in un incontro uno contro uno…”). Si riferisce al film di un’ora, inno alla Nba, sul Triangle Offense. Lo schema d’attacco che ha permesso al suo inventore, coach Phil Jackson neo presidente dei Knicks che Spike idolatra, di collezionare 11 titoli in carriera. “Ma il più grande di tutti, di sempre, è solo Muhammad Ali” scandisce sicuro Mr. Lee..  “Al secondo posto metto Michael Jordan. Il mio sogno sarebbe stato di trascorrere ogni singolo giorno della sua ultima stagione nei Bulls al suo fianco”.

Spike Lee, che sta lavorando a Sweet Blood of Jesus e sarà per quello che gli balla al collo un crocefisso degno di Padre Pio, parla infervorato delle proteste in diverse città Usa dopo le recenti uccisioni di neri disarmati da parte di poliziotti. In Missouri e, appunto, a New York. Risponde a tante domande degli studenti, qualcuno è americano e ora sta in Bocconi, ne invita due a dibattere sul palco con lui. Si muove, gigioneggia, modera e invita a calmare gli ardori giovanili nella discussione (“Calm down, please”) il microfono come nei sermoni neri: “Diciamo al mondo che siamo un faro di libertà, ma l’America è queste cose, la gente innocente ammazzata per strada. Voi al posto del Grand Giury cosa avreste detto? E’ o no colpevole l’agente che ha tolto la vitra a Garner?”. Guuuuuiltyyyyy grida la platea govane, colpevoleeeee!

“Sono tempi pieni di tensione questi, sembra che la gente sia diventata stanca, soprattutto nei confronti delle forze di polizia e del modo in cui si comportano  con la comunità afroamericana. La cosa curiosa è che se avete visto  le proteste in tv avrete notato che i manifestanti non erano solo  afroamericani ma c'erano anche ispanici, asiatici - continua Lee -.  Quando è successo il fattaccio a Staten Island, sono uscito in  bicicletta e mi sono unito a questi giovani che protestavano e  l'impressione che ho avuto è che fossero tutti ottimisti. Spesso si  dice che i giovani non abbiano interesse per il futuro, penso invece  che queste proteste dimostrino il contrario".

Si alzano tante mani. “Balotelli? Sì certo che lo conosco. Credo sia un personaggio molto interessante”. Il cinema: “Martin Scorsese è il mio regista preferito, un italoamericano. Volete sapere perché tanti miei film parlano di sport? Beh, vi dirò che io ho sempre e solo voluto raccontare delle storie. Non sono mai partito dall’idea specifica di girare cinema sportivo. Le due cose si sono naturalmente intrecciate nella mia vita”.

C’è ancora tempo, in un’ora e mezzo intensa di battute, domande & risposte, di dare il suo account Instagram al pubblico (“Mandatemi le vostre foto”), di rispondere a un ragazzo del Ghana che gli chiede cosa ne pensi del razzismo contro i neri nel calcio europeo (“Parli dei lanciatori di banane? Ti dirò: forse è passato troppo poco tempo, dalle battaglie e le marce degli anni ’60, perché i neri possano alzare la testa come chiunque senza provocare reazioni”). E un appello finale: lavorate, move your ass boys, muovete il culo ragazzi per eccellere nel mondo, diventate bravi nel vostro mestiere. Vi rispetteranno anche se non siete una celebrity”. Poi, ressa e autografi.

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