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06 febbraio 2017

Arrivederci Coppa d'Africa: 10 storie da ricordare

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Coppa Africa (Getty)

Va in archivio la 31.a edizione della Coppa d'Africa, torneo dalle tante storie memorabili (Foto Getty)

Il trionfo del Camerun di Hugo Broos, il quinto nella storia dei Leoni Indomabili, cala il sipario sulla 31.a edizione del torneo. Tra recordman, rivelazioni e sliding doors ripercorriamo le storie più belle scritte in Gabon

di Luca Cassia

Venti giorni di spettacolo, passione e folclore archiviano la 31.a edizione della Coppa d’Africa, torneo festeggiato dal Camerun al 5° storico trionfo. Un epilogo preceduto da storie indimenticabili che solo la rassegna in Gabon poteva riservare, personaggi e curiosità uniche sulla mappa mondiale del pallone. Perché non rivivere quei racconti legati a protagonisti d’eccezione, lontani dai riflettori eppure stelle luminose nelle notti di un continente intero.

1) CT DA CASTING

Evidentemente la maledizione di Hector Cuper non conosce confini poiché negli ultimi 20 anni la sorte gli ha sempre voltato le spalle ad un passo dalla consacrazione. Trionfo che invece premia Hugo Broos, ct 64enne sul tetto d’Africa con il suo Camerun. Un avvento singolare quello del belga alla guida dei Leoni Indomabili dal momento che venne reclutato rispondendo all’annuncio su Twitter della Federcalcio camerunense. Era il 2016 e la Nazionale versava nel caos con 9 allenatori transitati in panchina in 6 anni, difficoltà accantonate dal biennio targato Broos. È lui l’artefice del 5° storico titolo in bacheca, ripudiato dai ‘no’ dei big (Matip, Nyom e Choupo-Moting su tutti) eppure trascinato dalla fame di un gruppo privo di stelle ma encomiabile per orgoglio e carattere. Applauditi da un mostro sacro come Eto’o saranno loro i campioni in carica davanti al proprio pubblico nel 2019.

2) "NONNO" D'EGITTO
Tra le lacrime dei Faraoni, gruppo leader per trionfi ma beffati in finale, brilla comunque la stella di Essam El-Hadary, classe 1973 e da 21 anni tra i pali della Nazionale. Numeri che molto dicono sulla longevità del portiere-totem dell’Egitto, 4 volte campione d’Africa e giocatore più anziano nella storia della manifestazione in virtù dei suoi 44 anni. E pensare che nelle gerarchie di Cuper il titolare era El-Shenawy, infortunatosi al debutto contro il Mali e quindi rimpiazzato dall’eterno Essam senza macchie: super interventi a ripetizione e due rigori parati in semifinale contro il Burkina Faso, uno dei quali al collega Koffi più giovane di 24 anni. Una storia dall’epilogo amaro in Coppa d’Africa, ma il prossimo record è già in cantiere: raggiungere i Mondiali del 2018 da veterano assoluto quando avrà 45 anni e 5 mesi. Dici leggenda e pensi all’infinito El-Hadary.

3) AAA CONTRATTO CERCASI
Chi aspettava scintille dall’eccellenza del calcio africano sarà rimasto deluso al contrario delle sorprese lontane da stipendi milionari. Perché se i vari Mahrez, Aubameyang e Mané sono presto usciti di scena ma torneranno nei rispettivi club ricoperti d’oro, alla vigilia del torneo qualcuno attendeva da disoccupato la grande chance. Prendete Emmanuel Adebayor, trascinatore dello sfortunato Togo nonostante l’involuzione della sua carriera tra comportamenti censurabili ed episodi controversi. Scaricato dal Crystal Palace, l’ex Arsenal ha convinto la rivelazione Basaksehir ai vertici della Super Lig. Proprio dalla Turchia era invece rimasto a piedi Prejuce Nakoulma, punta burkinabé protagonista in Coppa d’Africa tanto da raggiungere il terzo posto finale. Due gol e tante ottime indicazioni per gli osservatori del Nantes, suo club da pochi giorni. Insomma, la vetrina in Gabon quantomeno ha rilanciato parabole e destini.

4) SLIDING DOORS
A proposito di protagonisti inattesi, il torneo in Gabon ha amplificato nomi e giocatori tutt’altro che osannati ai nastri di partenza della Coppa d’Africa. È il caso di Junior Kabananga, congolese classe 1989 nonché capocannoniere a quota 3 reti. Attaccante confinato in Kazakistan all’Astana, era stato inizialmente escluso dal ct Ibengé prima di sostituire Kage a ridosso del torneo. Solo i fratelli Ayew hanno interrotto la favola della Repubblica Democratica ma non quella del centravanti di scorta. Tra le fila dei campioni del Camerun, falcidiati dalle defezioni di big e stelle, hanno invece entusiasmato due giovani promesse: Fabrice Ondoa, portiere transitato alla Masia, non vanta nemmeno un minuto nella squadra ‘B’ del Siviglia eppure ha spinto la Nazionale di Grant fino al trionfo di Libreville come Christian Bassogog, oggi all’Aalborg ma scovato nella terza serie statunitense. È lui la stella assoluta della manifestazione.

5) SCOMMETTIAMO?
Non ha fatto molta strada lo Zimbabwe allenato da Kalisto Pasuwa, eppure l’attacco dei Guerrieri ha premiato due protagonisti sconosciuti ai più. Citiamo in primis Khama Billiat, brevilineo dai colpi ad effetto votato come 2° migliore africano del 2016 tra coloro che militano nel continente. Dal 2010 di scena in Sudafrica, ha presto scomodato stelle del passato e intasato i radar di mercato. Suo partner offensivo è invece Nyasha Mushekwi, 29enne dallo scomodo passato ora impegnato nella Serie B cinese: proprio in Asia organizzò una tournée per la Nazionale sperimentale a patto che i giovani compagni perdessero tutte le partite. Questione di scommesse: la Federazione non lo radiò in quanto collaboratore, poi fece parlare ancora di sé per uno sciopero della fame e la querelle con la moglie. Il gol all’Algeria ha ripulito la fedina del bomber tornato nel cuore dello Zimbabwe.

6) L'AMULETO DI RAZAK
Siamo sicuri si tratti di un talismano? D’altronde nelle ultime due edizioni della Coppa d’Africa a uscire con le ossa rotte è Brimah Razak, 29enne portiere del Ghana dal toccante rituale: il soprannome Spider-Man è dettato dalla riproduzione dell’Uomo-Ragno, donata dal figlio Nasser, costantemente al suo fianco dagli spostamenti della squadra alle partite a guardia della sua porta. Un gesto d’amore e un amuleto a metà, poiché tra il 2015 e il 2017 i fatti parlano chiaro: nella finale contro la Costa d’Avorio, disputata in Guinea Equatoriale, fu lui a fallire il rigore decisivo a differenza del collega Barry eroe a Bata. Due anni dopo lo ritroviamo titolare in Gabon a giustificare le scelte di Avram Grant, tuttavia la semifinale contro il Camerun trova una svolta nel suo errore sfruttato da Ngadeu-Ngadjui. Non ne abbia a male il piccolo Nasser, forse papà Razak non è il numero ‘1’ dei supereroi.

7) '12' IMPROVVISATO
Strana storia quella di Papa Massé Mbaye Fall, nato in Senegal ma originario della Guinea-Bissau per la prima volta giunta nella fase finale della rassegna. Poca gloria per i Licaoni prevalentemente impegnati in Portogallo a livello di club a differenza di questo 31enne, nemmeno tesserato dal Polideportivo Aguadulce (piccolo club di Almeria) dove svolge il ruolo di preparatore dei portieri. Diviso nelle serie minori in Spagna con una breve parentesi in Germania, Mbaye è stato convocato dal ct Candé in quanto unico over-30 di una rosa votata alla linea verde: ecco quindi esperienza e attitudine nel lavoro con i più giovani. Prima dello storico accesso alla Coppa d’Africa aveva debuttato in Nazionale scatenando le proteste dello Zambia, sconfitto ma convinto dell’impiego illecito del portiere. Un’accusa poi decaduta come il suo esordio nella fase a gironi, ma poco importa: è davvero una favola quella di Mbaye.

8) HOME SWEET HOME
No, non ci riferiamo alle sedi gabonesi che hanno ospitato la rassegna africana, piuttosto all’abitazione del togolese Kossi Agassa. Classe 1978, esordiente in Nazionale 20 anni fa, ha sulla coscienza l’eliminazione della squadra di Le Roy dopo le amnesie nel match decisivo contro il Marocco. Da tempo impegnato in Francia e ribattezzato Mani magiche in patria, il portiere ha assistito a distanza al caos cui la sua casa è stata oggetto per mano dei vandali inferociti. Nemmeno la presenza delle forze d’ordine, che già sospettavano possibili ritorsioni, ha placato l’ira dei contestatori di Agassa turbato dall’episodio. Seduto in panchina nell’ultima sfida contro la Repubblica Democratica del Congo, si è rifiutato di sostituire l’infortunato Tchagouni lasciando spazio al collega Mensah. Altro che “casa dolce casa”.

9) STREGONI E DIVI
Protagonisti in campo, ma non solo: detto dei finalisti Broos e Cuper, le 16 partecipanti alla Coppa d’Africa hanno concesso la ribalta a commissari tecnici tutt’altro che ordinari. Stop nella fase a gironi per Baciro Candé e Milutin Sredojevic con le cenerentole Guinea-Bissau e Uganda. Da dimenticare l’avventura degli europei Camacho, Leekens e Dussuyer, sortilegi innocui quelli degli "stregoni" Le Roy e Giresse da tempo legati al continente. Spinto dall’amico Mourinho, il portoghese Paulo Duarte ha piuttosto guidato il Burkina Faso sul podio ma a prendersi la scena sono gli allenatori di Marocco e Senegal. Da una parte ecco il guru Hervé Renard, trionfante con Zambia e Costa d’Avorio eppure eliminato ai quarti tradito da convocazioni discutibili. Per fascino e stile resta ambito dal pubblico femminile al pari dell’istrionico Aliou Cissé, oggetto d’interesse per sessioni d’allenamento tra balli e messaggi motivazionali. Chissà che quel rigore decisivo, fallito in finale contro il Camerun nel 2002, non l’abbia ammorbidito nel tempo.

10) LA COLONNA SONORA
Non può che essere la Fimbu l’accompagnamento ideale per i titoli di coda di questa Coppa d’Africa. L’abbiamo apprezzata attraverso le esultanze della Repubblica Democratica del Congo, Junior Kabananga in testa, in quanto manifesto di un popolo intero. Danza trascinante per cultura, spirito e passione, talmente apprezzata da diventare un fenomeno virale in Africa e non solo. Il merito va ricondotto a Felix Wazekwa, artista apprezzatissimo a Kinshasa prima di essere esportato oltre i confini congolesi. A lui va la copertina di questi venti giorni indimenticabili, memorabili come le storie emerse dal continente.

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