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25 maggio 2010

Meglio il calcio di destra o di sinistra? Zero tituli rossi

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La Nazionale italiana del 1934 che vinse il primo dei titoli Mondiali sotto la guida del ct Vittorio Pozzo (Foto AP)

Nessun Paese comunista si è mai aggiudicato un Mondiale. Giorgio Porrà ripropone la questione in vista dell'inizio del torneo: stavolta chi vincerà a Sudafrica 2010? Fascismo e dittature hanno ottenuto molte vittorie in passato. VAI ALLO SPECIALE

di GIORGIO PORRA'

Ogni tanto qualcuno ripropone la questione. Vecchia come il cucco, ma spesso dibattuta. L'interrogativo è: il calcio migliore è di destra o di sinistra? E poi: qual è il modello vincente? Con l'avvicinarsi dei Mondiali, potete scommetterci, il dilemma puntualmente riesploderà, anche se sarebbe più utile chiedersi, Gaber insegna, "cos'è la destra, cos'è la sinistra?". Jorge Valdano, un tempo compagno di successi di Maradona, oggi fine pensatore, non ha dubbi in proposito, la genialità pedatoria sta tutta a sinistra. Però, frugando nella storia, un elemento balza agli occhi: il comunismo ha sempre prodotto numerosi fuoriclasse e grandi Nazionali. Eppure, fateci caso, nessun paese "rosso" ha mai vinto una edizione dei Mondiali. Neppure la fantastica Ungheria degli anni Cinquanta, neppure l'ottima Polonia dell'82, impallinata in semifinale dall'Italia di Pablito. La ragione? C'è chi la individua nei nefasti effetti del fattore Lobanovsky, il tecnico-mito dell'Unione Sovietica e della Dinamo Kiev, che era convinto che i fondamenti del gioco potessero essere definiti solo su base scientifica. "Un metodo che finiva perversamente per favorire la fase difensiva - osserva il giornalista-scrittore americano Franklin Foer nel libro "Guida alla Coppa del Mondo per tifosi dotati di cervello" (Mondadori) - rispetto al momento creativo dell'attacco. E che tanto assomigliava alla severa prassi marxista che permeava il blocco dell'Est".

Rigidità che ha finito per generare formidabili generazioni di velocisti e ginnasti ma pochi calciatori dotati di creatività superiore. Per Foer, in ottica Mondiali, molto meglio il fascismo. Nel decennio trenta-quaranta ottenne risultati di grande rilievo, a cominciare dai due titoli nel '34 e nel '38 dell'Italia di Mussolini. "I governi fascisti - scrive lo studioso - hanno sempre generato un senso di superiorità nazionale, che crea i presupposti per la vittoria finale. E poi, chi vorrebbe deludere un dittatore che potrebbe spaccarti le gambe o gettare in galera tua nonna?". Nonostante ciò dopo la Seconda guerra mondiale la strisca positiva s'interuppe di colpo. Sotto Franco e Peròn Spagna ed Argentina collezionarono magre figure, per non parlare del Portogallo di Salazar, che in 36 anni di regime, riuscì a qualificarsi una sola volta alla fase finale. "E poco importa che in quell'unica circostanza Eusebio fu capace di trascinare i lusitani al terzo posto, ai tempi di Hitler un fascista come si deve avrebbe considerato insulso quel piazzamento".

E le dittature militari? Storicamente grandi vincitrici. Negli anni Settanta, nei primi Ottanta, c'erano loro dietro i trionfi di Brasile ed Argentina. "Successi facili da spiegare:le dittature militari si nutrono di uno spirito collettivo nel quale gli uomini forti sono espressioni di un più vasto apparato. In un certo senso, una buona squadra di calcio è una giunta". Bottino di livello, ma non è neppure questa la forma di governo vincente. "Quelle che possono intendersi in senso lato come socialdemocrazie - spiega Foer - hanno vinto più campionati delle giunte militari, sette in tutto, ed anche le peggiori squadre socialdemocratiche se la cavano meglio dei loro pari livello autoritari". Il segreto? Nel loro sistema economico. Le socialdemocrazie si formano solo in quelle società altamente industrializzate di cui il calcio ha tanto bisogno. Foer è talmente sicuro delle sue tesi che invita il lettore a puntarci persino qualche soldo in prospettiva Sudafrica. Per lui un'analisi corretta del profilo governativo delle Nazioni in campo può addirittura consentire di predire il risultato di tutte le partite. Che qualcuno gli sottoponga il "caso Italia". No, non le scelte di Lippi. Proprio il suo sistema politico ed economico. Chissà che qualche suo granitico dogma non finisca gambe all'aria.

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