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15 giugno 2010

Elogio di Gerardo Martino, antidivo in cappotto da tramviere

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Gerardo Martino, il pittoresco allenatore del Paraguay (Foto AP)

Il ct del Paraguay, 47 anni, coach dal 2007, appartiene alla umanissima specie dell'Uomo Comune Medio. Lavoratore, serio, lontano dalle mode. Un bel personaggio in un mondo rutilante e un po' fasullo. LE FOTO DEL MATCH CON L'ITALIA

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di PAOLO PAGANI

Ci sono destini più grandi della vita, altri che invece hanno la stessa identica taglia della quotidianità, e perciò squillano e abbagliano di luce tranquillizzante: subito familiari, riconoscibili, condivisibili. Quello di Gerardo Martino appartiene alla seconda, umanissima specie o categoria fenomenologica. Il ct del Paraguay ha nome e cognome italianissimi, tant'è che se li si digita su google esce al volo un placido omonimo, "Gerardo Martino, professore ordinario presso il Dipartimento di Diritto Pubblico Generale e Teoria delle Istituzioni all'Università degli Studi di Salerno". E pazienza, allora, se il nickname personale El Tata assegna geograficamente il Martino paraguayano all'affettività popolare tipicamente sudamericana. El Tata, più o meno la balia, uno che coccola anziché strigliare.

Argentino di Rosario, nato il 20 novembre del '62, 505 partite giocate da centrocampista, Gerardo è il 47enne coach del Paraguay dal 2007, dopo una vita agonistica di splendido brillìo trascorsa al Newell'S Old Boy, la squadra di casa (argentina) la cui ragione sociale ricorda più un distinto club del thè delle cinque che una squadra di calcio. L'elogio di Martino deve partire da qui, dall'aplomb conquistato lungo una vita discreta, per culminare nelle immagini fradice della telecronaca di ieri sera da Città del Capo.

Quando lui, cappottino blu da tramviere non griffato, sempre in piedi a bordo campo ma senza strafare di gesti o urla, se ne stava lì a prendere le secchiate di pioggia australe come un obbligo contrattuale. Gli occhiali da professore, foggia rettangolare classica, colore serio e niente stramberie latine o modaiole, si bagnavano impietosamente. Lenti picchiettate di gocce, un po' come succede a chi rincorre l'autobus e, sorpreso dal temporale, ha lasciato l'ombrello a casa. Un'immagine impiegatizia. Di tutti i giorni. Perciò un'immagine forte, di debolezza comune: Gerardo Martino, antidivo, anti-tutto, solo un uomo normale messo dentro la bolla di una situazione straordinaria come una partita di Coppa del Mondo contro i campioni del mondo. Tutt'al più, gli occhiali li tirava sulla fronte, da scrivano presbite, quando proprio la visuale era totalmente impossibilitata.

Dice il profilo di El Tata, sul sito Espn: "Martino is an extremely hard-working coach. He studies his opponents in depth and makes sure his own players work as a team", ovvero è un gran lavoratore che studia in profondità gli avversari e chiede ai suoi giocatori di lavorare come una squadra". Un professore di liceo. Un onesto, serio professionista. C'è qualcosa di più simile a noi tutti, e di più lontano dall'immagine che il calcio, lo star system, la business community ultra personalizzata diffondono oggigiorno? Ci è simpaticissimo per questo: per la sua onesta mediocrità di successo. Il culto di Gerardo è provocato, per forza dunque, dal suo non essere, nemmeno per un istante, oggetto di culto calcolato.

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