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22 giugno 2010

Maradona, quel napoletano d'Argentina che ha convinto tutti

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Diego Maradona a bordo campo in giacca e cravatta

IL PROTAGONISTA. Stasera contro la Grecia i sudamericani chiudono il loro girone di qualificazione e il ct, che ha ormai fugato ogni dubbio sul valore suo e della squadra, può festeggiare la conquista degli Ottavi da vero leader. GUARDA L'ALBUM MONDIALE

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di LUIGI VACCARIELLO

Vederlo lì a bordo campo non ha prezzo. Sempre in piedi, la panchina gli risultava indigesta già da giocatore, figuriamoci ora che decide lui chi ci si deve accomodare sopra. Perché Diego Armando Maradona non si discute. Lo si ama a prescindere. Le sue smorfie, le sue insofferenze durante i match della sua Argentina valgono (per chi guarda) quanto le magie di Messi, o quasi. Diego, el Diéz (il Dieci) come piace chiamarlo agli argentini, è un rivoluzionario. Lo è stato in campo. Lo è in panchina. Non le manda a dire né a Pelé né a Platini, salvo poi chiedere umilmente venia al presidente della UEFA, ma non al Rei, “perché è buono per il museo”.

Assistere alle gesta, ai palleggi, alle smorfie, ai baci elargiti ai suoi ragazzi da bordo campo porta indietro (con la memoria) di una ventina d’anni. A quel Maradona napoletano che tutti volevano veder giocare, seppure solo in allenamento. Soccavo, l’allora centro sportivo del Napoli, divenne un vero e proprio tempio. Mai banale, sempre fuori dagli schemi, il ct argentino ha riportato sulla panchina il suo estro, la sua magia, l’intramontabile sregolatezza che fa della spontaneità adolescenziale l’arma vincente. Ma quale “mascellone” alla Capello: Maradona si sente uno di loro, uno dei suoi ragazzi, uno dei giocatori in campo, e il vestito da prima comunione che indossa durante le partite è l’unica regola che le Istituzioni sono riuscite a imporgli.

Ne sanno qualcosa Cambiasso e Zanetti, confinati nel ruolo di spettatori esterni. O Milito, accomodato in panchina. E a chi gli chiedeva dei baci affettuosi ai suoi ragazzi, anche se sarebbe più corretto chiamarli “belve” come fa lui stesso, Diego ha risposto serafico alla sua maniera, virile: “A me piacciono le donne, esco con Veronica che ha 31 anni ed è bella e bionda”. Per la serie “Ca nisciun è fess”. Perché Maradona è un napoletano d’Argentina. Uno che fa dell’astuzia, della scaramanzia, della simpatia e dell’arte di arrangiarsi le sue ragioni d’essere.

Criticato, bistrattato e preso in giro, Diego, con quel rosario tra le dita e i suoi 8 segni della croce pre-gara che tanto ricordano certi ingressi liturgici al San Paolo, è riuscito a far ricredere tutti. Lo davano per morto. Ma è risorto per l’ennesima volta, come probabilmente solo lui sa fare. Questa volta non avrà bisogno di chiedere ai napoletani di tifare per lui, perché sono già tutti con lui. Diego è tornato, la sua Argentina ha chiuso in cantina i brutti ricordi delle qualificazioni e ha iniziato a danzare, anche se il tango sembra che Messi e Tevez lo facciano ballare più gli avversari che alla Seleccion. Ora che anche il vecchio Fidel Castro crede nell’Argentina del suo amico Diego, la rivoluzione Maradoniana sembra essere pronta per la conquista del Mondo. Hasta la victoria, Dieguito.

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