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27 giugno 2010

Un'Italia da ritrovare, mentre il Mondiale va avanti

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Cannavaro e Gilardino a Fiumicino, dopo il ritorno: il Mondiale sta andando avanti senza l'Italia. Ma l'amarezza cresce

Veronica Baldaccini racconta, a mente fredda, il rammarico dei giorni seguenti l'eliminazione degli Azzurri: ora che davvero non ci sono più speranze, e che gli ottavi sono iniziati senza di noi, abbandonare il Sudafrica è ancora più amaro

di VERONICA BALDACCINI
da Centurion (Sudafrica)

Non abbiamo fatto in tempo a comprare tutte le vuvuzelas promesse, che dobbiamo tornare a casa. Non abbiamo fatto in tempo neppure a spedire le cartoline del Kruger Park: pensavamo di avere almeno una settimana a disposizione  e invece niente, le consegneremo a mano. Peccato, ma non è certo la delusione più grossa che abbiamo vissuto nell’ultimo mese.
Andiamo via, e voltandoci vediamo alle nostre spalle nugoli di giornalisti stranieri che passeggiano sui nostri cocci. Gli inglesi sghignazzo. I tedeschi ci ridono dietro. I francesi, guardando noi, si consolano.

A ben pensarci il dispiacere più profondo non è neppure aver visto la “peggiore Italia di sempre”, come verrà ricordata: in fondo solo il commissario tecnico si aspettava molto di più, tutti gli altri hanno sempre professato scetticismo.
All’alba di un giorno nuovo, di un ciclo nuovo, con un ct nuovo, il rammarico più forte è scoprire che non abbiamo speranze. Già. “Non sono rimasti fuoriclasse a casa”, è quello che ci hanno ripetuto negli ultimi giorni e nelle ultime ore. Ce l’aveva detto Lippi più di una volta, lo ha ribadito Abete congedandolo, lo ha ripetuto Cannavaro congedandosi: “Se qualcuno li conosce, ce li porti”. Non ci resta che accettare la sfida: armiamoci e cerchiamoli. Da qualche parte si nasconderanno, il talento sarà pure un gene recessivo ma non salta generazioni a piè pari. Trovarli non significa necessariamente vincere, ma almeno avere la speranza di farlo. Forse qualche fuoriclasse all’orizzonte si intravede, ma ammetterlo adesso costa tanta fatica, quanto fare le valigie e tornare a casa.

Mettiamo caso che abbiano ragione loro, che non solo non ci siano ma che neppure si possa costruire in casa il prossimo campione. Bene, accettiamo la seconda sfida. Senza, costruiamo una squadra, non tre o quattro diverse senza capire più qual è l’Italia. Ce ne basta una, vera, per cui fare il tifo. Ora, con questi nuovi orizzonti, siamo pronti a tornare a casa.
Dal Sudafrica ci portiamo via le cartoline da consegnare a mano, ma alcune da conservare per sempre. Il filo spinato che merla le recinzioni delle case come un tremendo rampicante.  Township immense come decine di campi di calcio, che finiscono dove iniziano i tornelli degli stadi: si fa la fila per entrare, e nel mentre si guarda la povertà. Eppure, mai per un attimo, ci si sente degli ospiti sgraditi. Il Sudafrica accoglie, con la gentilezza disarmante del suo popolo. Che sia uno steward dell’Ellis Park, un venditore di bandiere all’angolo di una strada, un autista che guida nel traffico. C’è un sorriso per tutti, in Sudafrica. Forse il Mondiale non aiuterà questo paese, ma ha aiutato chi c’è stato a capire un po’ di più questo paese. Feroce e meraviglioso come un leone.

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