Caricamento in corso...
26 maggio 2014

Manaus: il Mondiale degli Indios nella foresta amazzonica

print-icon

REPORTAGE . Per i Saterè Mawè il calcio è passione pura. Nei campi improvvisati, circondati dal verde dell'Amazzonia e dal Rio Negro, varie tribù si sfidano in tornei all'ultimo gol. Aspettando la partitissima tra Italia e Inghilterra. VIDEO

di Eliano Rossi
(da Manaus, Brasile)

Da Tarumà servono 45 minuti per raggiungere il campo di Nossa Senhora de Fatima, una comunità immersa nella foresta amazzonica a 30 chilometri da Manaus, dove l'Italia affronterà l'Inghilterra il prossimo 15 giugno. Mezza partita di calcio, su un motoscafo che imbarca acqua dappertutto e salta sulle piccole onde del placido Rio Negro. Andre Willason, della tribù indigena dei Saterè Mawè, prima di scendere nel fiume aggiusta il giubbottino salvavita del figlio Kayro, poi saluta la moglie e le due figlie. È domenica, il giorno del futebol. E c'è un campionato amatoriale da vincere.

Il calcio richiamo ancestrale - Nella foresta amazzonica il calcio è una passione genuina. Diverso da quello giocato nelle spiagge affollate di Copacabana o nei campetti di città. Qui il pallone è quasi un richiamo ancestrale. «Ce l'abbiamo sempre avuto dentro, soltanto che prima non lo conoscevamo», scherza Andre, che è giocatore-presidente della squadra indigena Gavião F.C. Ogni anno mette insieme 20-23 giocatori della sua tribù, li allena e poi li porta a giocare il Peladão, forse il più grande torneo di calcio amatoriale del mondo, dove partecipano oltre 600 squadre. In attesa che il circo del Mondiale invada Manaus, il torneo è fermo. Quest'anno si disputerà a ottobre e nel frattempo le squadre si allenano partecipando a mini campionati locali.

Forte, agile e grintoso: è il giocatore indio - «Il mio sogno è che qualcuno di noi riesca a giocare nel Brasileirão. Sarebbe il massimo», racconta sorseggiando un infuso di Guaranà che la moglie Valda ha preparato in una scodella di legno. Gli tornerà utile durante la partita, perché aumenta la resistenza fisica. «Il giocatore indigeno è forte, agile e grintoso. Siamo abituati a passare ore nella foresta, non ci stanchiamo mai». Tecnicamente c'è ancora molto da imparare ma la “garra”, la grinta appunto, gli permette di andare oltre e competere con i giocatori più forti. Tanto che sull'unica mensola della sua casa ci sono tre coppe del Peladão: una del campionato maschile, le altre due di quello femminile. Si, perché anche le donne indigene giocano a calcio. E stando ai risultati, riescono meglio degli uomini. La stessa Valda è difensore centrale, come Andre, ma giura di poter fare pure il centravanti.

La tattica si impara in tv - Nella casa in mattoni rossi di Tarumà ci sono solo due stanze. Non c'è pavimento né cucina. Un piccolo piano cottura è appoggiato sulla parete del patio fuori casa, dove beccano le briciole le galline che torneranno utili per il pranzo. Un'amaca è arrotolata sul gancio di una parete: gli uomini indigeni scendono sui letti solo quando vogliono stare con le loro compagne. Sotto, un televisore da oltre 40 pollici. È così in tutto il Brasile: nessuno, dal più umile al più ricco, fa a meno di una grande tv in casa. «Ci guardo le partite di calcio», racconta l'indio. «Quelle del campionato brasiliano, ma anche le europee. Prima seguivo la Juventus e il Milan. Adesso il Real e il Barcellona, anche se è in fase discendente. E da lì imparo le tattiche che poi cerco di passare alla mia squadra. Mi piacciono le difese che giocano la palla, non quelle che la buttano via», spiega con competenza e dovizia di particolari.

Il calcio nella foresta amazzonica - Ma la teoria è una cosa e la pratica è un'altra. A mezzogiorno la partita inizia sotto una pioggia torrenziale. Le squadre non riescono a fare due passaggi di fila: l'acqua e il fango non aiutano il bel gioco. Il campo di terra si trasforma in una piscina, circondata dalla fitta foresta. Qualcuno indossa gli scarpini, altri giocano a piedi scalzi. Dietro la porta un gruppetto di donne incita i giocatori. É ancora mattina, ma il livello alcolico è già alto. La cervejinha (birra) e la cachaça sciolgono le lingue e infiammano il tifo. Il match è senza sorprese: gli indios di Andre fanno subito due gol. Lui guarda da fuori. Poi nella ripresa entra in campo: finirà quattro a zero.

Lontano dai riflettori - «Credo nel calcio e sono convinto che giocando possiamo fare molto per la nostra tribù», spiega. «Il Peladão è una vetrina che ci permette di farci conoscere al mondo. Tu stesso sei qui per questo», dice indicando la macchina fotografica. «E qui c'è tanto da fare: bisogna mandare i bambini a scuola, integrarli con il resto della società, ma allo stesso tempo preservare la nostra lingua e le nostre tradizioni. Il futebol ci sta dando una grossa mano», conclude accarezzando i capelli neri di Kayro. Tra qualche anno toccherà a lui scendere in campo e difendere la tradizione dei Saterè Mawè. Storie di calcio. Di quello lontano anni luce dai riflettori del mondiale, fedele allo scopo di divertire, ma soprattuto integrare. Come quando al Peladão, che si gioca a Manaus, gli indios scendono in città e si confrontano a testa alta con tutti, portando con loro i colori, i suoni e i costumi delle tribù indigene.

Streaming

Eur

GUARDA LE PARTITE

Segui la diretta streaming

Tutti i siti Sky