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06 giugno 2014

Dal "Barrilete cosmico" a "Kannavaro": telecronache mondiali

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"El barrilete cosmico" Maradona conclude la sua cavalcata contro gli inglesi: un gol reso ancora più mitico dalla "colonna sonora" di Victor Hugo Morales (Getty)

Partite epiche rese ancora più epiche dal commento che le ha accompagnate: il tifo garbato di Pizzul, la competenza di Martellini, il ritmo di Caressa. E poi quel poeta di Victor Hugo Morales...

di Vanni Spinella

«Così si spiega il fatto che molti vanno allo stadio con le radioline a transistor, sperando che quelli che raccontano la partita regalino, almeno loro, un po’ di emozioni con le stupende giocate che riescono a immaginare. Be’, in fondo vengono pagati per questo, no? Per immaginare stupende giocate. Perciò, quando qualcuno segna un gol e dopo gli abbracci e le piramidi umane il gioco si riannoda, il cronista ideale rimane aggrappato alla “o” del suo gooooooooool che in realtà è una giocata sua, soggettiva, personale, e non dell’attaccante; quello lì si è limitato a spingere in porta un traversone che ha scelto casualmente la sua testa fra tutte quelle disponibili»
da “El césped” di Mario Benedetti, in “Cuentos de futbol”

E se fosse proprio così? Se la giocata principale fosse davvero il commento? Pensateci: a rendere certe partite epiche ancora più epiche ci ha pensato spesso la “colonna sonora” con cui le abbiamo seguite in tv. Specialmente ai Mondiali. Ogni telecronista con il proprio tormentone come marchio distintivo, vezzo narcisistico che si concede chi per mestiere mette a disposizione degli altri la propria voce. Pronti per una breve rassegna? "Parte il croooss…"

2006: “Gol di Grosso”, “Kannavaro” e… “Andiamo a Berlino”
E alla fine persino il pacato Bergomi dovette arrendersi e si lasciò trasportare. “Andiamo a Berlino!”, esclamò uscendo dal ruolo, dopo che persino in occasione del gol di Grosso era riuscito a fornire una lucida analisi del gesto tecnico mentre mezza Italia si trovava a urlare sdraiata sul pavimento. Negli ultimi minuti di Italia-Germania del Mondiale 2006 succede di tutto, anche a livello di comunicazione. Fabio Caressa segue passo passo la nascita di uno degli assist più belli della storia, come fosse in campo accanto a Pirlo, poi battezza “Kannavaro”, rigorosamente con la K, quando esce in maniera poderosa dalla nostra difesa. E poi chiudiamo le valigie e andiamo a prenderci la Coppa, Beppe.




1994: "Dino, Roberto, Dino"
Il tifo garbato di Bruno Pizzul e le magie di “Roberto” ci portano in finale nel 1994. Le note alte col contagocce, nonostante tra Nigeria e Spagna ce ne sarebbe di materiale per lasciarsi andare… Si sente che agli Azzurri vuole bene davvero, Pizzul: talvolta gli sfugge di chiamarli per nome, salvo poi aggiungere subito il cognome, che non si pensi mica che lui li conosce meglio dei tifosi a casa.



I rigori: un prodigio di freddezza, da parte di Pizzul, anche nel momento in cui chiunque lo perdonerebbe se si togliesse le cuffie e chiedesse di fargli posto sul divano. Non si può: la sua è una missione. L’emozione lo tradisce solo un secondo (“Roberto Baggio contro Pagliuca”), ma rimette subito le cose a posto. Il finale, più che un commento, è una sentenza: “Alto. Il Campionato del Mondo è finito. Lo vince il Brasile ai calci di rigore”.




1990: “Schillaci! Ancora Totò Schillaci!”
Uno, poi due, tre, quattro… Persino a chi commenta vien quasi da ridere nel vedere che razza di disegno abbia previsto il Destino. Il panchinaro Schillaci stende l’Austria, si ripete con la Cecoslovacchia, di nuovo con l’Uruguay e ai quarti con l’Eire. Giunti in semifinale con l’Argentina pare scontato che segnerà di nuovo, e così è, con la palla che lo va a cercare, e non il contrario, come accade a chi ha tutte le stelle dalla sua parte. Che notti magiche, Totò!




1982: "Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!"
Tre parole, ripetute tre volte. Una formula che ormai non si cambia più. Provate a urlare una volta “Campioni del mondo” e vediamo se non vi verrà la tentazione di aggiungerne ancora un paio. Come se fossero necessari a chiudere la strofa, a completare la frase, a fare la rima. Dalla tripletta di Pablito Rossi al Brasile al triplice fischio del Bernabeu, la voce di Nando Martellini guida gli italiani con garbo, passione e competenza.




1970: "Rivera… Rete!"
C’è anche un po’ di Martellini nel Rivera esausto che si lascia andare sulle ginocchia dopo il gol del 4-3 alla Germania. In quel “Rete” liberatorio c’è l’augurio che stavolta sia veramente finita, ma anche la consapevolezza e la sorpresa di essere testimone di uno dei capitoli più importanti della nostra storia calcistica. Con la missione di doverlo narrare, che riemerge immediatamente in un delizioso “Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani”.




1986: "Barrilete cosmico, de qué planeta viniste…?"
In tanto azzurro è più che doveroso il tributo a chi, nell’euforia più totale, ha saputo inventare il “Barrilete cosmico”. Maradona contro gli inglesi prende palla e anche Victor Hugo Morales casca nella finta, commentando che potrebbe passarla a Burruchaga. Certo, come no. Maradona ha già tutto chiaro in mente, ha già visto il percorso, si tratta solo di evitare i paletti. Uno dopo l’altro se li lascia alle spalle, e quell’altro lo segue con la voce, in un crescendo: aumenta la frequenza dei passi del Pibe, aumentano le sillabe al secondo di Morales. Che ad un certo punto non riesce più a stargli dietro e deve inventarsi quel “tà-tà-tà-tà” per riempire gli spazi. Il “gol” con otto “o” è di quelli descritti da Mario Benedetti, ma stavolta non c’è traccia di narcisismo. Neanche un folle potrebbe pensare che quella giocata gli possa appartenere. Quella giocata appartiene al calcio.

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