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05 luglio 2014

Olanda tutta scatti e dribbling. Merito dell’hockey su prato

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Scatto bruciante, cambio di direzione repentino, coordinazione: Arjen Robbem sarebbe un campione anche sui campi di hockey prato (Foto Getty)

Secondo una suggestiva teoria, i successi degli oranje sarebbero legati al fatto che, da piccoli, molti giocatori hanno praticato l'hockey, sviluppando coordinazione e abilità negli spazi stretti. Robben ne è l'esempio lampante

di Vanni Spinella

Pare che la scuola italiana dei fantasisti si sia inaridita da quando non si gioca più negli oratori o per le strade. Antonio Cassano, giusto per nominare l’ultimo apparso sulla nostra scena, ha appreso l’arte del dribbling stretto e del pallone incollato al piede divincolandosi tra i vicoli di Bari Vecchia, università che nessuna scuola-calcio potrà mai riprodurre. Stando a questa teoria, il calcio inglese vive tradizionalmente di palle lunghe e cross in mezzo perché i grandi spazi a cui sono abituati i piccoli sudditi di Sua Maestà fin dalla tenera età invoglierebbero proprio alla ricerca della profondità.

Il dribbling è Ok - L’ultimo capitolo a riguardo è stato recentemente scritto dal Wall Street Journal che, per giustificare lo sbocciare come tulipani di contropiedisti olandesi, ha tirato fuori la tesi dell’influenza dell’hockey su prato, sport in cui gli olandesi eccellono e al quale vengono avviati fin da bambini. Così come per il pattinaggio su ghiaccio (altro sport nazionale), le abilità che l’hockey prato aiuterebbe a sviluppare sono velocità di base, coordinazione, controllo dei movimenti in spazi stretti, cambi di direzione repentini. In effetti, sembra il ritratto di Arjen Robben. L’attaccante del Bayern, che sta trascinando l’Olanda in questo Mondiale, è il prototipo perfetto, ma non bisogna dimenticare gente come Sneijder, Kuyt o l’emergente Depay (per non andare a scomodare miti come Cruijff): tutti abili nello stretto, brucianti nello scatto, stordenti nei movimenti a zig-zag.

Van Gaal ci crede - Tra i sostenitori della teoria, Edgar Davids (un altro con frequenze nei movimenti e ritmi di gioco altissimi), l’ex-ct della nazionale femminile di hockey Marc Lammers (per il quale il pressing del calcio totale di Michels è stato mutuato da quello dell’hockey, dove è una tattica di base) e, soprattutto, il ct Van Gaal, che non a caso in Brasile ha portato nel suo staff tecnico due ex- giocatori professionisti di hockey: Hans Jorritsma (nel team olimpico del 1976) e Max Reckers, l’analista di performance che lo seguirà anche al Manchester United.

Grazie Pakistan - Non si tratta comunque della prima volta che l’hockey insegna qualcosa al calcio: nel 2006 la Germania aveva ingaggiato l’ex-ct della nazionale di hockey, Bernhard Peters, affidandogli il ruolo di supervisore tecnico delle giovanili. Prima del Mondiale del 1978, invece, un pioniere come Cesar Luis Menotti era andato a osservare gli allenamenti della nazionale pakistana, al tempo un team d’eccellenza, incuriosito dalle triangolazioni veloci e dalle combinazioni dai-e-vai nello stretto. Alla fine la sua Argentina vinse la Coppa del Mondo, in finale proprio contro l’Olanda. Attento Messi: chi di hockey ferisce…

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