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06 luglio 2011

Oggi come ieri: Inter-Juve il futuro è tutto argentino

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Aguero e Zanetti, durante un allenamento dell'Argentina (Foto Getty)

Con il ripristino della norma sul secondo extracomunitario nerazzurri e bianconeri sono a caccia di gioielli. Alla terra del tango l'Inter ha legato i successi degli ultimi anni, alla Juve, nel corso della storia, non è andata benissimo. GUARDA LE FOTO

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Mentre la Copa America li espone in vetrina, i gioielli argentini continuano a stuzzicare la fantasia dei club italiani. Inter e Juventus su tutti. Stessi sogni, a tinte albiceleste; tradizioni e fortune opposte. I nerazzurri hanno legato al "blocco degli argentini" i successi degli ultimi anni, trovando in loro giocatori affidabili, tosti, grintosi. Alla Juve, invece, a parte casi sporadici, sono arrivati soltanto pacchi, dall'Argentina. Ne terranno conto prima di gettarsi sul mercato?




“Teorema albiceleste”: la curva del successo
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di Claudio Barbieri
C’è una curva matematica, all'Inter, con cui gli scienziati nerazzurri sono riusciti a spiegare in laboratorio i successi ottenuti sul campo negli ultimi anni. Potrebbero chiamarlo "teorema albiceleste" e, senza scomodare complicate formule, si riassumerebbe così: "All’aumentare degli argentini in squadra aumentano anche le coppe in bacheca".

Una proporzionalità diretta, insomma, che spiega l’acquisto di Ricky Alvarez e tanto interesse per nomi come Palacio, Lamela o Banega, in questi giorni di mercato.

Da quando in rosa esiste Zanetti, l’Inter ha vissuto periodi molto bui (con un paio di argentini al massimo in squadra) ed ere trionfali (come la rinascita manciniana, 8 argentini in rosa, e il tripletismo mourinhiano, mai meno di 4).

Nel mezzo, il disastro Tardelli, che a momenti caccia anche il reduce Zanetti, sterminando la colonia. Non può essere un caso.

La curva dei successi nerazzurri sale e scende, dal 5 maggio al tetto d’Europa, dagli appendini di Lippi alle coppe di Mancini. E quella degli argentini la ricalca.

Il filo doppio inizia ad intrecciarsi nel 1995. Il fresco presidente Moratti acquista due argentini, Zanetti e Rambert. Quest’ultimo è quello forte, il vero colpo di mercato; l’altro è solo un esterno di centrocampo che nei successivi 16 anni e 750 partite di Inter dimostrerà di saper fare anche il terzino (sia destro che sinistro), la mezzala e il centrale di centrocampo.
Poi arriva Simeone, e l'Inter di Simoni rialza la testa. Se ne va il Cholo, e quella di Lippi sprofonda.

Il sole, raffigurato anche sulla bandiera argentina, torna a sorgere pian piano appena la colonia viene rinfoltita. Nei due anni sotto la guida di Cuper si vestono di nerazzurro Vivas, Guly, Almeyda, Crespo, Kily Gonzalez e persino Batistuta.

L’Inter è di nuovo competitiva, ma occorre il record di Mancini per tornare alla vittoria. Otto, tutti in un colpo: Zanetti, Burdisso, Samuel, Cambiasso, Veron, Solari, Cruz e Kily, sostituito da Mariano Gonzalez la stagione dopo.

Sono gli anni delle tradizionali grigliate di asado a fine anno, in cui erano più quelli ai fornelli dei commensali seduti a tavola. Addirittura, più argentini che italiani (7, compresi Andreolli e Bonucci aggregati dalla Primavera).

L’era Mourinho conferma i pezzi grossi: è l’Inter di Zanetti-Samuel-Cambiasso, con Crespo e Cruz ottimi comprimari e Milito che li sostituisce da grandissimo nel 2009-2010.

Oggi "i magnifici 4" sono punti fermi, e sul taccuino di Branca ce ne sono altri quattro.
Dite che è solo un caso?

Qualche anno fa, Luciano Moggi disse che voleva accuratamente evitare i giocatori sudamericani per evitare di perderli per giorni durante le trasferte dovute alle gare in Nazionale.

In effetti Lucky Luciano acquistò nella lunga parentesi bianconera solo tre brasiliani e altrettanti argentini: questi ultimi rispondevano ai nomi di Mauro German Camoranesi, Juan Eduardo Esnaider e Juan Pablo Sorin.

E se il primo è stato perno della Juve e trascinatore dell’Italia che nel 2006 è salita sul tetto del mondo, gli altri due sono stati catalogati tra i peggiori stranieri di sempre ad aver vestito la maglia bianconera.

E proprio Camoranesi, nove stagioni a Torino con uno scudetto e un campionato di Serie B in bacheca, è stato il trait d’union per rievocare, ai tifosi juventini con i capelli grigi, i fasti degli oriundi, specie in via d’estinzione ma di gran moda nel secolo scorso.

Il più celebre, naturalmente, è Omar Sivori, tre scudetti in bianconero. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, El cabezon ha fatto sognare il popolo della Vecchia Signora con i suoi calzettoni abbassati e con i quei colpi proibiti alternati a tunnel e dribbling ubriacanti.

Prima di arrivare al talento di Sivori però, la famiglia Agnelli aveva pescato in Argentina con fortune alterne: Eduardo Ricagni fu cacciato dopo una stagione a causa del suo pessimo carattere; Juan Vairo venne rispedito in Sud America dopo appena 11 presenze, mentre Humberto Rosa non resse l'etichetta di erede di Boniperti e si bruciò in un solo campionato.

Ma è prima della Seconda guerra mondiale che il rapporto tra Juventus e Argentina si fa intenso, con nomi che hanno fatto la storia del calcio: da Renato Cesarini (proprio lui, quello che ha ‘inventato’ la zona Cesarini, ndr), a Luis Monti, fino a Raimundo Orsi, faro di una Juventus capace di vincere, tra il 1930 e il 1935, cinque scudetti di fila.

Anche in questo periodo florido non mancò chi fece cilecca, come Eugenio Castellucci ed Edmondo Della Valle, il primo oriundo in ordine cronologico della storia bianconera.

Sono 16 in totale gli argentini che hanno indossato la maglia della Juventus; di questi però solo quattro lo hanno fatto negli ultimi 45 anni. Il sogno Aguero è vivo e il genero di Maradona potrebbe rinverdire i fasti di gente come Cesarini, Sivori e Camoranesi.

Anche se, sui prati del Comunale e  del Delle Alpi, aleggiano ancora i fantasmi di Castellucci, Vairo ed Esnaider.
E allora attenzione. Anzi, atenciòn


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