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06 giugno 2012

"Zeman uomo di gioco, non di Potere. Temo per lui"

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Zeman, nuovo condottiero della nuova Roma per la prossima stagione

L'INTERVISTA. Manlio Cancogni, uno dei massimi scrittori italiani viventi, a quasi 96 anni giudica il suo idolo calcistico. Che ispirò anche il romanzo Il Mister (2000). "Preoccupato che abbia accettato una sfida così rischiosa"

di Filippo Maria Battaglia

“Fantasia, estetica e anticonformismo: Zdeněk Zeman è più o meno questo, con la dose di imprevedibilità che ne consegue. Ma resta un uomo di gioco, non di potere. Ed è per questo che sono preoccupato che abbia accettato una sfida così rischiosa”.

Manlio Cancogni - un passato glorioso nel giornalismo con inchieste memorabili negli anni Cinquanta e uno altrettanto celebrato nella narrativa - è alle soglie dei 96 anni. Ma la sua voce, dal telefono della sua casa di Marina Pietrasanta, enclave di quiete in  Versilia, non tradisce alcuna esitazione per gli anni che passano. Specie quando si parla di calcio. Un amore di lungo corso, nato in un giovanotto che si incapriccia prima dello sport e solo dopo della scrittura. E che continua ancora oggi: “Certi momenti del soccer contano molto di più di quanto si produce nel mondo letterario. Nel calcio ritrovo un’intelligenza e una capacità di esprimersi uniche”.

Ma per Cancogni il “football del giorno d'oggi” ha più che altro coinciso con un’altra figura, quella di Zdeněk Zeman, “un esteta per definizione” tornato alla ribalta per la promozione insperata del Pescara in A e per il ritorno sulla panchina della Roma. Perché Cancogni, Zeman, lo ha amato parecchio, talmente tanto da dedicargli persino uno dei suoi ultimi romanzi, Il Mister (una sintesi da Google Books).

Correva l’anno 2000. Il praghese aveva chiuso la prima esperienza sulla panchina della squadra che era già di Totti: due campionati, finiti al quarto e al quinto posto, che – insieme all’esperienza al Licata, al Foggia e alla Lazio – per lo scrittore versiliese erano sufficienti a farlo sfolgorare nel pianeta di Eupalla. E non importa se nel romanzo il tecnico di Praga si chiamava Zoran ed era un giocatore-allenatore slavo che bazzicava tra i campetti di calcio dilettantistico nel quartiere Savoia della capitale fascista.

Il calco del protagonista era visibilmente modellato sulla sagoma dell’allenatore, con quei modi enigmatici tra lo ieratico e l’imbarazzato, supportati da una forte (e peraltro scomoda) scorza morale.  Immaginare allora Cancogni felice di un ritorno sarebbe piuttosto prevedibile. E invece no.

Più che contento, l’autore di Azorin e Mirò, si mostra piuttosto angustiato: “Certo, mi fa piacere”, dice, prima di aggiungere: “Ma lo considero una scelta rischiosa”. Cancogni ricorda allora i trascorsi di Zeman, gli anni dell’infanzia nella Praga comunista, “dove dirsi cattolici non era una scelta facile, e ci voleva una certa tempra per essere persino dei praticanti. Un duro, insomma, lo è stato sin da piccolo”. Poi però si fa più pensoso e, tornando all’oggi, commenta: “Uno come lui non è un politico, non è facilmente adattabile in una squadra top, dove più che altro si gioca ma non ci si diverte. Il boemo pensa a ciò che bello, non a ciò che utile. E se questo va bene con le squadre piene di entusiasmo, non è sempre compatibile con i ritmi da grande squadra”.

Non solo. I problemi potrebbero nascere anche dalla tifoseria: “Ora tutti lo hanno salutato con grande entusiasmo, ma il tifoso medio, si sa, è ingrato per definizione. La guida di Zdeněk dovrà essere invece a medio-lungo termine, con tutti le incognite che ciò comporta”. Breve pausa. Poi, il giudizio finale: “Mio caro, ci sono più rischi che possibilità. Ma, alla fine, è anche una grande benedizione accettare un azzardo. Buona fortuna”.

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