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27 maggio 2012

Giro immobile. Una corrida chiude 20 giorni di sbadigli

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Tutti sempre in gruppo, emblematica immagine di un Giro senza padroni

Si è deciso dunque a Milano , alle cinque della sera, uno dei più brutti Giri degli ultimi decenni. Non un finale thriller, non è segno di grandezza l'incertezza sul vincitore. Ma il segnale della fine di un'epoca. E tanti saluti a Basso, Scarponi, Cunego

di PAOLO PAGANI

Come il velleitario che decidesse, una notte, di ronzare attorno a una zanzara per tenerla sveglia, così sia Ivan Basso che Joaquin Rodriguez (soprattutto loro) si sono incaricati per 20 tappe di infastidire inutilmente una concorrenza mai doma e, soprattutto, imprevedibile. Infliggendoci un sentimento di noia soporifera. Il Giro 2012 si decide dunque a Milano alle cinco de la tarde, nell’ultima corrida tra vialoni rettilinei, essendo risultati insufficienti salite e strappi che solitamente fanno saltare il banco.

Se ciò costituisca motivo di delusione forte tra gli aficionados della pedivella, o invece di fascino inesauribile di una gara senza padroni pre-assegnati data la rinuncia di Re Contador, è questione irrisolvibile. Ognuno la pensi come vuole, colpevolisti e/o inguaribili sostenitori della bellezza di ogni finale di giallo aperto, anzi spalancato.

L’impressione è che si sia trattato di uno dei più brutti Giri degli ultimi decenni. E la mortificante immagine dei capitani non coraggiosi che, sabato, spegnevano gli ardori tra Mortirolo e Stelvio, impantanandosi in una melina dorotea di sguardi reciproci lì dove chiunque, a casa, si aspettava lapilli e lava, la dice lunga.

Pazzesco il belga De Gendt, vero, nella sua epica impresa alpina. Strabiliante il canadese Hesjedal, che ha regalato molti sprazzi di potenza chimicamente pura. Inespugnabile Purito Rodriguez, nell’ostinata ferocia con cui ha tenuto incollata la canotta rosa alla sua ansimante cassa toracica.

Ma al di là della magnifica storia personale, ed exploit agonistico naturalmente, del giovinetto colombiano Rigoberto Uran del Team Sky (miglior giovane, diciamo così, della serie B ciclistica), quante dimostrazioni non date. In primis Basso, il velleitario Re Tentenna, più atteso del Godot di Beckett e meno puntuale di un Frecciarossa nei weekend di punta. Addio alle armi di Scarponi e Cunego, spiaggiati nella risacca di un’anagrafe che li condanna a guardare all’indietro perché davanti a loro sibila il vuoto dei malinconici deserti.

E che un Giro d’Italia partito dalla Danimarca possa allora finire conteso da uno spagnolo, un belga e un canadese è la spia implacabile della marginalità tricolore. Sarà la globalizzazione, bellezza. Ma che noia.

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