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14 febbraio 2013

Nove anni senza Marco. Quel Pirata che pagò per tutti

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Il 14 febbraio 2004 Pantani se ne andava, vittima di un'overdose in un residence di Rimini. E di chi lo trattò da pecora nera e lo lasciò solo. Dopo anni di scandali - dall'affaire Armstrong a Operacion Puerto - forse oggi sapremmo salvarlo

di Stefano Rizzato

L’avessimo saputo allora. Non l’avessimo lasciato solo. Chissà. Forse, ogni 14 febbraio, non avremmo l’appuntamento con un vuoto. Quello lasciato da Marco Pantani, che resta enorme per tante ragioni.

Perché un campione così – ultimo nella storia a vincere Giro e Tour nello stesso anno – il ciclismo non l’ha più visto. Perché è da quando se n’è andato che cerchiamo in gruppo un erede, qualcuno in grado di far rivivere la violenta fantasia dei suoi scatti, ma troviamo più spesso grigi ragionieri del pedale. Per l’assurda fine, il dramma dell’overdose in un residence di Rimini, la morte a 34 anni di un uomo e uno sportivo che nessuno ha saputo difendere.

L’abbiamo perso nove anni fa, in quel San Valentino che ci ha spezzato il cuore, in circostanze che forse non conosceremo mai davvero. Ma l’abbiamo perso già prima, il 5 giugno 1999, quando a Madonna di Campiglio un valore del sangue, l’ematocrito, lo escluse da un Giro già vinto. E lo espose alla tempesta perfetta, fatta di vergogna, dita puntate e insulti dai bordi della strada.

Se avessimo saputo ascoltarlo, avremmo scoperto che Marco non era un campione fragile condannato dall’ansia di essere il più forte. Non era la pecora nera in un gregge di onesti.

Oggi è facile capire e rimpiangere. In questi nove anni abbiamo visto le confessioni di Millar e Basso, le positività di Riccò e Rebellin, l’onta di due Tour de France, un Giro e una Vuelta assegnati a tavolino. Abbiamo visto la storia infinita di Operacion Puerto, l’inchiesta che ha trascinato nel fango i ciclisti, fino a toccare un altro simbolo dell’Italia in sella come Mario Cipollini, ma che ha anche protetto tutti gli altri clienti del famigerato dottor Fuentes. E chissà se anche in questo caso arriveremo mai a saperla tutta, la verità. Abbiamo soprattutto scoperto l’imbroglio più grande, quello di Armstrong e dei suoi trionfi di plastica, costruiti sul doping di squadra.

A poter tornare indietro, nove anni di scandali dopo, chissà. Forse quel Pirata – mai positivo all’antidoping, mai finito nelle carte di un medico proibito – sapremmo capirlo e salvarlo. Forse Marco non pagherebbe per tutti. E invece ci manca, con le sue orecchie a sventola e lo sguardo all’insù. Con l’orgoglio feroce di chi non vuole regali, tanto meno da un texano prepotente. Con la bandana pronta a volare via, come un guanto di sfida, e la capacità di rendere ogni salita un’avventura.

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