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24 aprile 2013

Che storia il Giro! Il racconto d'autore dell'Italia in rosa

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La copertina - ovviamente rosa - del libro dedicato da Mimmo Franzinelli alla storia del Giro d'Italia

L'INTERVISTA. Lo storico Mimmo Franzinelli ha ripercorso decenni di Giro d'Italia, tra tante pagine nascoste e miti da sfatare. Con una certezza: "Per il nostro Paese il Giro non è solo sport, ma un pezzo fondamentale del costume e della cultura"

di Stefano Rizzato

Chi pensa che sia solo sport si sbaglia di grosso. Il Giro d'Italia, per l'Italia, è molto altro. "E la sua storia è la storia del Paese, del suo immaginario, della sua cultura popolare", spiega Mimmo Franzinelli, storico autore di Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro, appena uscito per Feltrinelli. Un viaggio dalle origini della corsa rosa fino agli anni '80, impreziosito da decine di foto inedite. Di campioni, pedalatori tenaci e strade polverose.

Immagini che - lo spiega nella sua introduzione - ha scoperto grazie a un'amicizia...
"Sì, quella con Marco Torriani, figlio del grande Vincenzo, patron del Giro per oltre quarant'anni. Ci incontrammo in bicicletta ed è stato lo spunto per trovare nell'archivio del padre un patrimonio sterminato e in gran parte inesplorato, che meritava di essere riscoperto".

Di cosa parlano quelle foto?
"Parlano della passione del lavoro 'dietro le quinte' della corsa rosa. Dell'immensa sensibilità di Torriani e della sua capacità unica di entrare in simbiosi con il Paese e con l'immaginario collettivo".

Pensa a questo quando parla delle "pagine nascoste" della storia del Giro?
"Sì, la costruzione del Giro è un aspetto che resta sconosciuto. Torriani lo concepiva sempre intorno ai 5-6 campioni che potevano dare spettacolo. E così a ridosso degli anni '60 riuscì a portare Anquetil e Gaul alla corsa rosa. Nel 1979, per convincere Hinault, lo invitò addirittura a cena a novembre, mesi prima del Giro. L'anno dopo il francese esordì e conquistò il primo dei suoi tre successi nella corsa rosa".

Dai grandi campioni, forse più che gli altri sport, il ciclismo non sa prescindere...
"Sì, e non sono solo dei nomi o dei volti. Pensiamo agli anni subito dopo la seconda guerra mondiale e al duello tra Coppi e Bartali. Quelle sfide furono un grande contributo all'identità dell'Italia che si rialzava. Certo, va detto che il dualismo ce ne ha restituito una visione un po' distorta: quella del Bartali democristiano e del Coppi comunista. In realtà erano molto più simili...".

Lei ha incontrato Magni, Hinault e altri campioni del passato. Ha scoperto qualcosa che li accomuna?
"Credo l'orgoglio, una consapevolezza fiera ma mai supponente. Con Magni sono rimasto un paio di giorni, un mese prima che venisse a mancare. Era lucidissimo e parlammo del Tour del 1950, quando era in maglia gialla e fu costretto a ritirarsi insieme a tutta la squadra italiana, perché Bartali era stato aggredito da alcuni spettatori francesi. Nel rievocare quel momento, lui che aveva vinto tre Giri ma mai un Tour, ebbe una reazione che mi fece capire quanto ancora sentisse viva quella rinuncia sofferta".

Il libro si ferma agli anni '80. Perché?
"Oggi vediamo bici con tecnologie da industria aerospaziale e strade lisce: è un altro mondo... E poi c'è l'uso direi scientifico di 'additivi', che si è fatto a partire da quegli anni e che ha trasformato un fenomeno sporadico come il doping in una cosa di sistema al quale era impossibile sottrarsi. Di questo parla Fignon, che spiegò di aver smesso perché non riusciva più a tenere il passo di colleghi che gli sembravano 'automi' e che poco prima staccava con facilità".

Lei insiste molto sul rapporto tra il Giro e Milano. Un rapporto che forse si è un po' allentato?
"È la capitale del ciclismo fin dalle origini di questo sport. Le aziende che fabbricavano bici, le squadre, gli organizzatori e la corsa simbolo: tutto girava intorno a Milano. Quest'anno non so nemmeno se ci passi il Giro, che finirà a Brescia per motivi che non mi sambrano prettamente sportivi. E negli anni c'è stata un'altra perdita importante: la fiera del ciclo, che a Milano aveva la sua sede tradizionale e naturale".

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