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28 giugno 2013

Bici e fuga, coppia diabolica: elogio dei banditi del pedale

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Il tedesco Didi Senft, lui sì una presenza diabolica - e ormai familiare - per il mondo del ciclismo (Getty)

IL LIBRO . Un saggio di Cesare Lombroso , nel 1900, accostava ciclismo e delitti. Oggi i “banditi” delle due ruote sono quelli che ci provano da lontano, da Hoogerland a Voeckler. Il gruppo tende a sopportarli poco. Ma che Tour sarebbe senza la loro follia?

di Stefano Rizzato

Un mezzo quasi diabolico. Uno “stromento del crimine” che agevola delinquenti in fuga. L’occasione che, spesso, fa l’uomo ladro. Eccola qui la bici, secondo Marco Ezechia Lombroso, al secolo Cesare. Padre della moderna criminologia, scienziato e filosofo che lasciò dietro di sé decine di saggi, Lombroso non si fece mancare neppure un trattatello sulle due ruote e il loro presunto ruolo di complici del crimine.

Il volumetto s’intitolava “Il ciclismo nel delitto” ed è stato di recente ripubblicato da “La vita felice”, in una bella edizione curata da Matteo Noja. Quando fu scritto era il 1900. Decenni prima di doping e antidoping. Un quarto di secolo prima di Sante Pollastri e Costante Girardengo, il bandito e il campione cantati da De Gregori. Un centinaio d’anni prima che la bici tornasse di moda, come IL mezzo di trasporto urbano più economico, ecologico, simpatico, sobrio. Avete presente il neo-sindaco di Roma che, il primo giorno al Campidoglio, si fa fotografare in bici con tanto di scorta ciclabile? Ecco, appunto.

“Nessuno dei nuovi congegni moderni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo, sia come causa che come stromento del crimine”, scriveva convinto Lombroso. Sarà. Su una cosa il criminologo però ci prese. La storia del ciclismo sarebbe sempre stata legata a quella di chi scappa e attacca da lontano, operai o artisti della fuga. Oggi si chiamano Voeckler, Hoogerland, Chavanel, fino a poco tempo fa i migliori nel genere erano Bettini, Vinokourov, prima ancora Jalabert. Oppure Pereiro, uno che a forza di scappare un Tour l’ha persino vinto (a tavolino, ma vabbè).

Non sempre il gruppo li ama. Un po’ perché per ogni fuggitivo ci sono uno o più colleghi cui tocca sgobbare per riportare dentro il plotone. Un po’, forse, per invidia. Perché mica è facile pensare fuori dagli schemi, cogliere l’attimo, cercare e trovare la fuga giusta. Di sicuro, senza di loro ci sarebbe meno gusto. Anche nel Tour numero 100 che sta per partire.

In fin dei conti lo stesso Lombroso, chiudendo il suo saggio, ammetteva: “Il biciclo promette di migliorare sostanzialmente la nostra razza. [...] E così certamente per uno o due mali che il biciclo ci provoca, saranno dieci i beni che ci recherà in dono”.

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