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14 gennaio 2014

Moser e un’ora di storia: ricordando Città del Messico 1984

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Il 23 gennaio di trent’anni fa, il campione trentino batteva il record di Merckx con 51,151 km percorsi in 60 minuti di pedalate. Un’impresa leggendaria, che segnò anche lo sbarco di scienza e tecnologia nel ciclismo. Bike Channel le dedica uno speciale

di Stefano Rizzato

Quando ci sono di mezzo pedali e ruote, si finisce spesso a parlare di impresa. Sarà il sudore, sarà la fatica, sarà il fascino dell’uomo solo contro la strada o la salita. Ma la verità è che ci sono imprese più imprese di altre. Imprese che rompono barriere e cambiano tutto, che anche a trent’anni di distanza restano vive e folgoranti. È il caso del record dell’ora compiuto da Francesco Moser a Città del Messico. A quell’impresa, Bike Channel – il canale dedicato alla bici sul 214 della piattaforma Sky – dedica oggi un documentario speciale, con immagini e testimonianze inedite.

Era il 23 gennaio 1984 e quella storia fu subito Storia. Si concluse con tutti ad abbracciarsi e festeggiare, per quei 51,151 chilometri percorsi in 60 minuti. Oltre la barriera dei 50, oltre pure quella dei 51. Dove nessuno, finora, era riuscito ad andare. Neppure Eddy Merckx detto il cannibale, che aveva smesso sei anni prima e credeva di aver lasciato un sigillo definitivo e indelebile con i suoi 49,431 chilometri, anche in quel caso a Città del Messico e approfittando dell’altura.

Dodici anni dopo, toccò a Moser. Convinto da Also-Enervit e da Paolo Sorbini a provarci, ad andare oltre quel limite fissato dal cannibale e che sembrava imbattibile. Convinto a provare – per primo – anche la galleria del vento e a salire su un bolide con le ruote lenticolari, piene e senza raggi, come ancora mai se n’erano viste. Fu uno dei tanti dettagli che fecero la differenza.

Perché quella era la prima volta che scienza e tecnica si mettevano al servizio del ciclismo. C'erano una dieta super-specifica, l’attenzione a ogni aspetto legato all’altura, persino la pista spalmata di resina, per renderla ancora più scorrevole. E ancora: un computer – l’Olivetti M30 – a registrare e dettare, sotto la guida di un'equipe guidata da Aldo Sassi, ogni passo della preparazione.

All’epoca, Mario Fossati – una delle penne più raffinate prestate al ciclismo eroico – profetizzò così: “A me, stasera, a Città del Messico, pare che non unicamente il record dell'ora abbia cambiato pagina. Ha voltato pagina pure il ciclismo. Le antiche regole dell'antico sport ne usciranno sovvertite”. Oggi non c’è professionista che rinunci alla galleria del vento o ai computer e lo sappiamo, che aveva ragione lui.

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