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17 gennaio 2014

Da Fossati a Ormezzano, il romanzo epico del record di Moser

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Prima di essere affossato da troppi scandali, il ciclismo era popolare quanto il calcio. Così trent'anni fa, quando "lo Sceriffo" batteva - per due volte - il primato di Merckx , l'impresa fu celebrata dalle grandi firme del tempo. Con pagine da ricordare

di Stefano Rizzato

In fondo, sono passati solo trent’anni. Trent’anni dal record di Moser e da quel ciclismo che stava irrimediabilmente per cambiare. Trent’anni dai tempi in cui il pedale finiva sui giornali per le vittorie e non per il doping. Non è un dettaglio, perché allora il ciclismo era sport nazionalpopolare quanto il calcio. E si spartiva col pallone tifosi e titoli, chiacchiere da bar e prime pagine.

A cantare e raccontare quei tempi c’era una generazione di grandi giornalisti, penne raffinate e aguzze che non si fecero certo scappare la storia del record messicano. All’inizio, beh, non ci credeva quasi nessuno. Poi, quando l’impresa si materializzò, tutti capirono di aver davanti un pezzo di storia destinato a rimanere. E quell’ora di Moser fu lo spunto per righe e pagine da ricordare. Eccone alcune.

“Il record dell’ora consegna un grandissimo Moser agli annali. È oltremodo significativo che a fare uscire il ciclismo dall'alveo tradizionale sia stato l'ultimo corridore contadino di un ciclismo contadino. Moser ha affrontato l'"ora" secondo lo stile più moderno, scientifico: un metodo caratterizzato dalla più esasperata cura del particolare. La scienza, è risaputo, fornisce al corridore ciclista additivi esaltanti (vitamine ed altre tigri), la meccanica facilita l'azione propria del pedalare giovandosi dell'inerzia. Le strade sono biliardi scorrevolissimi: la chimica aiuta sempre più a posporre la soglia della fatica”.
MARIO FOSSATI, Repubblica

“E così, dopo aver polverizzato il record dei 20 chilometri, mentre c’era gente pronta a saltargli al collo per la prima festa, Moser ha continuato a correre come e più forte di prima: ha fiutato l’impresa e vi si è tuffato dentro con l’ardore e il senso dell’avventura che fanno parte della sua fisiologia di campione”.
CANDIDO CANNAVÒ, La Gazzetta dello Sport

“Al primato avevamo cominciato a credere constatando la spesa in uomini e mezzi, il fatto che scienziati enormi si giocavano una fetta di reputazione. Avevamo posto un limite: Moser, le gambe di Moser. Bene, in Messico abbiamo trovato un atleta rifatto, e con più persuasione che chimica, più ragionamento che sofisticazione tecnica. Moser, insomma, s’è appassionato all’esperimento, ha capito che il record dell’ora di Merckx era uno spaventapasseri per un ciclismo di uccellini”
GIAN PAOLO ORMEZZANO, La Stampa

“E non contavano i paramenti lunari, neppure il leggerissimo metallo. Forse a pedalare insieme con lui c’erano i protagonisti di un tempo: alcuni ancora persone, altri lievi fantasmi. E poi c’era la gente. Quella che crede nell’impresa sportiva come nell’esaltazione del coraggio. Quella che ama celebrare l’uomo quando questo misura la propria potenza contro ciò che apparentemente sembra impossibile: e vince”.
MARCO BERNARDINI, Tuttosport

“Fantastico, fantastico, ancora fantastico. Sul più alto gradino del ciclismo s’è issato Francesco Moser che a 32 anni suonati ha detronizzato quello che era ritenuto un mito irraggiungibile: Eddy Merckx. Chi aveva avanzato dubbi, riserve, chi parlava di montatura pubblicitaria a proposito del record dell’ora è stato clamorosamente smentito. Chi riteneva superflua la presenza della scienza e della medicina sportiva ad alto livello in uno sport antico come il ciclismo, ha dimostrato di non stare alla pari coi tempi”.
GIANFRANCO JOSTI, Il Corriere della Sera

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