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27 luglio 2014

Tour, per Nibali un'impresa storica: ecco perché

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Con un po' di scaramanzia, Nibali s'è rifiutato di festeggiare al termine della 20esima tappa. Facile immaginare, però, che la sua gioia esploderà senza freni dopo l'arrivo, sui Campi Elisi (Getty)

Il siciliano dell'Astana entra nel ristrettissimo club dei vincitori di Giro d'Italia, Tour de France e Vuelta a España. Lo fa grazie a una Grande Boucle piena di talento, dominata con merito: senza senso, ora, parlare di doping o delle cadute dei rivali

di Stefano Rizzato

I brindisi in corsa, gli abbracci e i complimenti, il primo passaggio a fianco dell'Arc du Triomphe, il podio sui Campi Elisi, le interviste e le dediche. C'è questo nel menu del giorno perfetto di Vincenzo Nibali, quello in cui il successo del siciliano alla Grande Boucle diventa finalmente ufficiale. Un concentrato di emozioni per il messinese e per tutti gli appassionati italiani, che possono così celebrare il decimo successo al Tour per un corridore del nostro Paese. Un momento storico e che ha un valore particolare. Soprattutto per cinque motivi.

1. Il club del "triplete" - Jacques Anquetil, Alberto Contador, Felice Gimondi, Bernard Hinault ed Eddy Merckx. Finora, nella storia del ciclismo, era riuscito solo a loro. È la lista dei campionissimi capaci, in carriera, di vincere Giro d'Italia, Tour de France e Vuelta a España. Un club ristrettissimo in cui Nibali - trionfatore al Giro 2013 e alla Vuelta del 2010 - iscrive con merito il proprio nome.

2. Fame e coraggio - Ma non c'è solo il risultato finale. Il 29enne di Messina è andato oltre e fuori gli schemi del ciclismo contemporaneo. Invece di lasciarsi paralizzare dai calcoli e dalla paura di rischiare, ha deciso di vincere e di staccare i rivali ogni volta che poteva. Una scelta d'orgoglio, banale e rivoluzionaria insieme. È così che ha accumulato quasi otto minuti di vantaggio su tutti. E così che, in tasca, si è messo anche quattro perle straordinariamente luminose: le vittorie di tappa a Sheffield, La Planche des Belles Filles, Chamrousse e Hautacam. In pianura, sui Vosgi, sulle Alpi e sui Pirenei.

3. I rivali (che c'erano eccome) - Inutile nascondersi: a segnare la Grande Boucle 2014 è stata anche l'uscita di scena dei due grandi "co-favoriti" per la vittoria finale: Chris Froome e Alberto Contador. Ma dire che Nibali ha vinto grazie al ritiro dei suoi rivali, è un nonsenso sportivo. Al via da Leeds, Froome e Contador c'erano. Entrambi sono finiti a terra in situazioni di corsa in cui Nibali s'è dimostrato superiore. L'inglese è andato ko nella quinta tappa, quella del pavé, dove Nibali ha offerto una splendida esibizione di forza e versatilità. Lo spagnolo s'è ritirato alla nona, quando - proprio per via del pavé - pagava già a Nibali 2'38" che sarebbero stati durissimi da recuperare. Insomma, con Froome e Contador in gara dall'inizio alla fine, sarebbe stato un duello a tre entusiasmante e difficilissimo. Ma questo Nibali era in grado di vincerlo. Impossibile dimostrare il contrario.

4. Una performance credibile - L'altro insensato ritornello sentito e letto - anche su qualche quotidiano francese - negli ultimi dieci giorni è quello di chi cerca di sporcare il dominio di Nibali sul Tour con sospetti legati al doping. Un cliché che si ripresenta a ogni giro di giostra, figlio dell'era Armstrong e di tutti gli scandali degli anni '90 e dintorni. Eppure, fino a prova contraria, il trionfo di Nibali è del tutto credibile e ha nulla a che vedere con quell'epoca poco felice e molto dopata. Due indizi. Uno: il siciliano ha battuto e staccato nettamente avversari che - da Peraud a Valverde, da Pinot a Van Garderen - gli sono sempre stati inferiori in salita. Due: in termini assoluti, le prestazioni di Nibali restano ben al di sotto di certe "imprese" gonfiate dal doping. Basti pensare che la sua ascesa verso Hautacam nella 18esima tappa è stata solo la 27esima più veloce di sempre, con 37'25". Abbastanza per staccare tutti di 500 metri, ma di quasi 3 minuti più lenta rispetto a quella di Bjarne Riis nel 1996.

5. L'eredità del Pirata - Da quando Pantani se n'è andato, il 14 febbraio di dieci anni fa, il ciclismo italiano cerca un campione capace di raccoglierne il testimone. Curiosamente, a riuscirci è proprio il talento che più si è tenuto distante da quel paragone così difficile da sostenere, da un'eredità che poteva schiacciarlo. Diversissimo dal Pirata sotto mille aspetti, Nibali è il primo a riportare il ciclismo italiano al centro dell'attenzione generale. Non è un caso che al siciliano Tonina Pantani, mamma di Marco, aveva dato come amuleto la maglia gialla del figlio. Ora Nibali l'ha già promesso: tornerà a Cesenatico per ricambiare e donare a Tonina la sua, di maglia gialla. In qualche modo, un cerchio che si chiude.

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