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28 luglio 2014

Vincenzo e il Pirata, se il Tour si inchina agli italiani

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Vent’anni fa, luglio ’94, a 24 anni Pantani saliva sul podio di Parigi. Vinse per la quarta volta di fila Indurain. Adesso, luglio 2014, tocca a Nibali raccogliere onori e gloria. Lo strano parallelo tra un eroe tragico e un campionissimo "normale"

di Paolo Pagani

Se il talento di un uomo lo si riconosce dalla fermezza d’animo con cui reagisce alle sconfitte, tanto più la regola vale per un campione. Vent’anni fa, 24 luglio ’94, a 24 anni Marco Pantani saliva sul podio del Tour vinto per la quarta volta di fila dal navarro Indurain. Al terzo posto, dietro a Ugrumov. Adesso, luglio 2014, tocca a Vincenzo Nibali raccogliere onori e gloria nella corsa più famosa del mondo, sorridendo però a 30 anni dal gradino più alto.

Il Pirata, eroe tragico, non seppe o non potè reagire alle sconfitte, della vita più che a quelle sui pedali. Nibalì, alla francese, è uomo e campione d’altra pasta. Forse di talento meno chimicamente puro, ma di solido telaio esistenziale. E per confermarsi un re poco travicello delle corse a tappe (in bacheca ha come i Grandi le casacche rosa, rossa e gialla di Giro, Vuelta, Tour) ha traversato anche lui un personale calvario di delusioni, specie nella Classiche di un giorno.



Potere e rovina sono sempre divise da un crinale sottile, come insegnava Shakespeare che di tragedie se ne intendeva. Il ricordo di Pantani, ultimo predecessore italiano di Vincenzo in cima al Tour, serve alla memoria di ogni tifoso la metafora perfetta dell’equazione potere-rovina. Allacciate, nel caso del Pirata romagnolo, in un valzer triste e inevitabile. Vincenzo no, lui incarna la grandezza meno omerica, meno fragile e tormentata, di una eccezionale, elegante normalità.

Eppure, tra quel luglio ’94 e questo del 2014, è grande la similitudine. C'è il teatro, la Francia. Che sempre sa incoronare le imprese coraggiose, magari con la retorica che le detta una lingua sontuosa . A qualunque nazione appartengano. Forse in special modo se arridono ai rivali di sempre, les italiens, noi "cugini" d’Oltralpe odiosamati. C’eravamo, vent’anni fa a Parigi, quando l’Equipe sprecava superlativi  in prima pagina per Marco, l’esile camoscio dal fil di ferro al posto della schiena: Superbe! Vinse la maglia bianca di miglior giovane, finì secondo dietro ai pois di Virenque nella classifica degli scalatori.

Vent’anni dopo (anche se in mezzo c’è stato l’indimenticabile ’98 della vittoria di Pantani a Giro e Tour) la storia si ripete e squaderna emozioni identiche. I giornali hanno titolato Roi, Maestro (in italiano). La folla, dai Pirenei ai Campi Elisi, ha coperto Nibali dell'affetto che si tributa agli eroi. Per chi ci crede,  può essere persino un disegno del destino: anche nel ’94 ci fu la lunga crono Périgueux-Bergerac. Chissà, le lancette sembrano finalmente avere chiuso il lungo cerchio.

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