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11 ottobre 2013

Non solo GP. Il Giappone tra tradizione e trasgressione

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Cacciatori di autografi a Suzuka: il più ricercato dai fan giapponesi è ovviamente Sebastian Vettel (Foto Getty)

Tranquillo ma violento, educato ma trasgressivo. Il Paese in cui Vettel può vincere il titolo vive incatenato a un profondo senso dell'onore, che spazia dall'inchino servile alla dignità del samurai. Un posto dove nulla appare impossibile. Vero, Alonso?

di Lucio Rizzica

Può un Paese che perde una guerra e viene quasi cancellato dalle atomiche, che vive fra la paura di una catastrofe naturale (terremoti o tsunami poco importa) e di un disastro nucleare mostrarsi agli occhi del mondo come un modello capace di risollevarsi, industrializzarsi, brillare nello sport e nelle politiche sociali, abbattere gran parte delle disuguaglianze e garantire un buon livello d’istruzione alla propria popolazione?
Può, se si chiama Giappone.

Ancorato alle tradizioni dell’antico impero, alla sorridente sottomissione delle geishe, alla bellezza della natura e alla rigidità dei propri schemi. Assi nella manica che tuttavia - nello spazio di un ventennio - possono persino capovolgere la situazione, evidenziando le contraddizioni proprie di un popolo che appare senza visione del futuro, schiavo della tecnologia e dei manga, puntuale nel rispetto delle regole quanto talvolta incapace di modificare in corsa le strategie.

Un Paese affascinante e misterioso, dalla cultura e dalla cucina invidiate, ma eternamente in fila, incatenato a un profondo quanto estremo e malinteso senso dell’onore, che spazia dall’inchino servile alla dignità del samurai, fino al sacrificio del kamikaze. Tranquillo ma violento, educato ma trasgressivo. Nel quale la legge del più potente spesso confligge col grande rispetto verso i deboli espresso nelle intenzioni. In cerca di una moderna identità: ma sempre col sorriso sulle labbra. Perché i saggi dicevano che "la fortuna giunge alla porta di chi ride". E che a niente è proibito diventare una montagna. Neppure alla polvere…

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