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01 dicembre 2013

Da Vettel a Kimi: nel Circus c'è un galateo dell'esultanza

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Vettel e Webber festeggiano sul podio (Foto Getty)

In Formula 1 si gioisce per il podio, ma l'impressione è che lo si faccia sempre in modo misurato. Il dito puntato al cielo del pilota della Red Bull, il pollice alzato di Hamilton e il volto serio ed impassibile di Raikkonen

di Gianluca Maggiacomo

Diciamolo subito: la Formula 1 non è il regno dell’esultanza. Certo, si gioisce, si stappa lo Champagne, si alzano le braccia, si salta e si urla. Ma la sensazione è che il copione sia sempre lo stesso. Poche novità. L’etichetta c’è e va rispettata. Niente linguacce o spogliarelli. Nulla a che vedere, per esempio, con il calcio, dove ci si è sempre sbizzarriti alla ricerca dell’esultanza originale. Negli anni ’80 c’era il ballo intorno alla bandierina dell’avellinese Juary, poi è arrivata la maglietta sulla testa di Ravanelli, dopo ancora il trenino dei giocatori del Bari di Fascetti. E oggi le cose continuano ad evolversi, tra il sentimentalismo di Pato e Vidal, che fanno il cuore con le mani dopo ogni rete, alla “M” di Boateng per la sua Melissa Satta, fino al dito sulla bocca dell’irriverente Balotelli per zittire il pubblico avversario. E la Formula 1? Nulla di tutto ciò. Anche perché, soprattutto nella stagione che si appena conclusa, è stato un monologo di Sebastian Vettel, non certo un istrionico fuori dalla macchina.

Vettel: esplosione  di gioia (?)– Forse è l’abitudine a vincere, ma sembra che per il tedesco sia tutto scontato. Niente sorprese e reazioni conseguenti. Non che salga sul podio con il broncio. Però… Le sue esultanze sono quasi standard. Non perde mai la compostezza. “Yes, yes, yes”, urla via radio quando taglia il traguardo. Braccia in alto nel momento in cui abbandona l’auto e poi il dito indice alzato per far capire: “io sono il numero uno”. Tutto qui. Bei tempi quelli in cui Michael Schumacher faceva finta di essere il direttore d’orchestra sulle note dell’inno di Mameli. L’eccezione alla regola Vettel l’ha concessa in India, nel Gp che lo ha laureato campione del Mondo per la quarta volta consecutiva. Lì ha sgasato con le gomme, si è inchinato, religiosamente, davanti alla sua macchina quasi fosse un tabernacolo e si è arrampicato sulla rete che separa il circuito dagli spalti per stringere mani e prendersi applausi. Poi, nei Gp successivi, il copione è tornato quello di sempre, malgrado il cappellone da cowboy indossato ad Austin.

E gli altri? – Alonso in Cina, sua prima vittoria in stagione, ha regalato un po’ di spettacolo sventolando gioioso una bandiera gialla con su raffigurato il cavallino rampante della Ferrari. Sul podio lo spagnolo è stato un continuo sorridere e stringere i pugni: segno del successo e scarico della tensione. Un po’ come fatto da Nico Rosberg dopo il primo posto nel Gp di Monaco sotto lo sguardo di Alberto II e consorte. Aplomb inglese, invece, per Lewis Hamilton in Ungheria: pollice in su, braccia larghe e champagne spruzzato sul pubblico, come tradizione vuole. E poi c’è Kimi Raikkonen: impassibile. Le esultanze sono sempre composte. Con pochi sorrisi. Fredde. Non a caso è Iceman.

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