Caricamento in corso...
07 giugno 2014

GP Canada, benvenuti nel regno di Villeneuve

print-icon
gil

A Montréal il circuito intitolato a Gilles Villeneuve, protagonista della storia della Formula 1 (Foto Getty)

L'inseguimento alla Mercedes riparte da Montréal, anzi più precisamente dalla casa di Gilles Villeneuve, uno dei più grandi di sempre della Formula 1. Nessun titolo in tasca in 68 Gran Premi, ma un fascino pari a quello di Ayrton Senna

di Lucio Rizzica

La regione di Montérégie, sulle rive del fiume San Lorenzo in Québec, sarebbe ancora oggi un anonimo puntino nella geografia del Canada se non fosse per quel giorno di gennaio del 1950, il diciotto, quando nella cittadina di Saint-Jean-sur-Richelieu la famiglia Villeneuve annunciò la nascita del piccolo Joseph Gilles Henri. Un evento che scaldò i cuori di chi gli era intorno e le rigide temperature di quell'inverno nordamericano fatto di neve e null’altro, con l’acqua gelida a formare laghetti e le motoslitte ideate da  Joseph-Armand Bombardier ad arrampicarsi su e giù per le stesse colline un tempo popolate di Irochesi.

Il piccolo Gilles crebbe nel mito di Samuel de Champlain: il primo europeo ad addentrarsi nei Grandi Laghi, il Padre di Arcadia, navigatore, cartografo, scienziato, diplomatico, cronista, esploratore e soldato archibugiere, difensore dei coloni e fondatore della Nuova Francia. Un eroe difficile da scalzare via dall’immaginario collettivo. Almeno fino a quando Gilles non crebbe e incantò il mondo, per poi lasciarlo in lacrime. Da quel momento di Champlain non parlò più nessuno, salvo le eterne iscrizioni sui monumenti.
Montérégie, il Quebec, il Canada divennero allora per tutti e per sempre la patria di Gilles Villeneuve. Più famoso delle giubbe rosse, più invidiato degli eroi dell’hockey, più amato e rimpianto dell’ultimo sole prima delle gelate. Un eroe a misura d'uomo, a portata di mano, della gente fra la gente. Cresciuto a pane e  Ski-Doo, poi saltato al volante di quelle monoposto che sotto la sua guida diventavano tanto docili quanto mirabolanti.

In Formula Atlantic vinse subito, Gilles. Primo nel campionato canadese e in quello statunitense. E la McLaren lo adocchiò, così spavaldo e disinibito, senza paura. Teddy Mayer, che non era uno che si perdeva in complimenti, di lui disse: “E’ geniale, è un pilota vero, vale la pena dargli fiducia”. E non sbagliò. Il 16 luglio 1977 Gilles debuttò così in Formula 1, a Silverstone. In quel week-end Gilles aveva addosso gli occhi di tutti, lo sapeva ma non se ne curò. Nelle pre-qualifiche scaldò i motori della sua McLaren-Ford Cosworth numero 40 e mostrò senza timori il proprio biglietto da visita: 1’19”48, il miglior tempo.  In qualifica gli altri affondarono il piede sull’acceleratore: Gilles scivolò al nono posto ma si mise dietro campioni come Ronnie Peterson, Mass, Jones, Reutemann, Laffite, Tambay, Merzario, Depailler, Jarier, Jabouille, Fittipaldi, Patrese, Regazzoni. Non fu un caso. In gara il giovane canadese chiuse decimo, fuori dalla zona punti, ma forte del rispetto di tutti. A certe latitudini quando nasce una stella non si fa fatica a riconoscerla.

Nel corso di quella medesima stagione la Ferrari lo ingaggiò per sostituire Niki Lauda nelle due ultime gare stagionali. Un fidanzamento che presto divenne matrimonio. Le strade di Gilles e del cavallino da allora non si divisero più. Neppure nei momenti peggiori. Vicecampione del mondo nel 1979 alle spalle di Jody Scheckter, Gilles tenne stretta la sua ‘rossa numero 27’ anche quando si sentì tradito da Didier Pironi nell’anno in cui avvertiva legittimo puntare al titolo. Era il 25 aprile del 1982, Imola, GP di San Marino. Una interpretazione diversa del cartello esposto dai box con la scritta ‘slow’ diede il via a un duello epico, al termine del quale il francese passò per primo sul traguardo. Gilles mal digerì l’accaduto e si sentì tradito nella sua corsa al mondiale. A Zolder disse ai giornalisti: "E’ tutto finito, non gli parlerò più. A Fiorano ci siamo incontrati ma mi sono girato dall’altra parte. Non posso più discutere i problemi della macchina davanti a uno che si è comportato come fossi il suo acerrimo nemico". 

Durante tutto il week-end di Zolder Gilles sembrò avvolto da una nera ombra inquietante. Durante le qualifiche per il GP del Belgio la sua Ferrari 126 C decollò sulla March di Jochen Mass a 227 km/h. Quando la ruota anteriore sinistra centrò la posteriore destra della March, Gilles venne sbalzato via lontano sulle recinzioni. Quando Mass accorse lo vide violaceo, con gli occhi fuori dalle orbite, il collo rotto, il seggiolino ancora attaccato alla schiena. L’impatto contro un paletto di plastica sostegno di una rete distaccò di netto la prima e la seconda vertebra cervicale. Mancavano sette minuti alla fine della sessione quando il cervello di Gilles smise di mandare impulsi al cuore.

Enzo Ferrari voleva bene a Gilles. I tifosi volevano bene a Gilles. Amavano le sensazioni che regalava in pista, il suo smodato desiderio di vincere, la sua forsennata ricerca del limite ultimo, il booster adrenalinico che si portava dietro anche nella vita di tutti i giorni, quando volava sulle Ferrari stradali tra Montecarlo e Maranello, quando decollava col suo elicottero personale. Quando scendeva dalla monoposto e da guerriero leale sorrideva a tutti. Se non lo faceva era perché si sentiva pugnalato alle spalle. Così la sua morte pugnalò per nemesi la coscienza di Pironi. Erano belli e maledetti i due ferraristi, anche il francese sarebbe morto giovane cinque anni più tardi in un incidente durante una gara offshore. Erano belli e maledetti e si erano complicati la vita per l’esasperata voglia di competere e sfidarsi.

In ospedale a Leuven, nel Brabante Fiammingo, la stimolazione elettrica tenne in vita Gilles ancora qualche ora dopo l’incidente. Il primo ad accorrere al suo capezzale fu proprio Didier Pironi,  il volto tra le mani quando alle 21.12 i medici spensero l’ultima macchina, così come Gilles aveva spento il suo dialogo col francese due settimane prima. Un ultimo atto che non potè non scatenare in chi rimase un intreccio di emozioni, di dolori, di sensi di colpa.

Sei stagioni, poco meno, in Formula 1 e 68 Gran Premi. 6 vittorie, 13 podi, 2 pole position, 8 giri veloci e una infinità di applausi. Gilles resta ancora oggi uno dei più grandi piloti di sempre, dal fascino pari a quello di Ayrton Senna pur senza aver vinto mai un titolo mondiale. Le sue performances al volante restano capolavori assoluti. Se Champlain potesse, scenderebbe dai suoi piedistalli per fargli posto. Perché nessuno è più figlio del Canada, nessuno è il Canada quanto Gilles Villeneuve.

Un giorno, nel paddock, Gilles disse di sentirsi un privilegiato:  "Se è vero che la vita di ogni essere umano è come un film, io sono stato comparsa e sceneggiatore, attore protagonista e regista del mio modo di vivere". E a noi che siamo stati testimoni del suo breve percorso terreno, abbiamo sofferto e gioito seguendolo con lo sguardo in pista, Gilles ha regalato un vissuto quotidiano incomparabile e ha trasmesso la lezione più sublime: "In F1 ci sono due categorie di uomini col casco. Ci sono i piloti e quelli che semplicemente guidano le macchine da corsa". Grazie a Gilles abbiamo imparato una volta per tutte a distinguerli.

Tutti i siti Sky