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18 giugno 2014

Austria, la legge dei motori: "Chi non osa non speri nulla"

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Gerhard Berger (Benetton Renault) al GP d'Austria del 1997 (Foto Getty)

E' il motto dell'automobilismo austriaco. La F1 arriva allo Spielberg , circuito al quale più volte è stato cambiato nome. Ma il tracciato e lo spirito di questa gara sono rimasti invariati. Rindt, Lauda e Berger i campioni di ieri

di Lucio Rizzica

Spielberg bei Knittelfeld, comune della Stiria popolato da poco più di cinquemila abitanti, è noto soprattutto come sede del circuito automobilistico dello Spielberg. Per l'orgoglio del sindaco Kurt Binderbauer e del gran numero di Speiselokal che servono ai turisti un ottimo filetto al pepe verde bagnato da abbondante birra alla spina rigorosamente gelata. Un aspetto tipico della zona che non è cambiato, a dispetto del nome del tracciato che –nel corso degli anni- è variato più volte: Österreichring, Zeltweg, A1 Ring, Red Bull Ring.

Eins, zwei, Motori! - Non è questo l'unico angolo di Austria che gode dell'atmosfera dei motori: anche il Salzburgring rivendica la sua quota di storia e tradizione, al di là delle scarse vie di fuga e del minor fascino che esercita sugli appassionati. Da Knittelfeld a Salisburgo ce n'è quanto basta per ammantare di fascino il passato e disegnare una memoria importante dell'automobilismo austriaco, che tanto deve soprattutto agli eroi locali del volante, non moltissimi per la verità, ma fra i quali spiccano autentici campioni come Jochen Rindt, Niki Lauda, Gerhard Berger, per fermarci ai più celebrati.

I Binder - Ma altri austriaci i veri appassionati li ricordano bene: i due Binder (Hans e René), ad esempio. Ed Ertl, Koinigg e Stuppacher, oppure Oppitzhauser e Jo Gartner. Quester e quell'Helmut Marko chioccia dei talenti Red Bull, per finire a Soucek e Wendlinger, a Wurtz e Klien o Friesacher, Zuber. Oppure al povero e sfortunatissimo Roland Ratzenberger, scomparso a Imola nel 1994 e oscurato dalla morte di Senna. Tutti bravi e volenterosi, come se bastasse. Perché –tanto per pescarne uno a caso- da giovane Karl Wendlinger  vinse la F3 tedesca battendo di un punto Michael Schumacher, ma poi non gli bastò per diventare forte quanto Schumi. Invece quei tre spiccano sul gruppo. Per una qualità che ne accomuna le storie: il coraggio di osare, la voglia di sperare.

Prendiamo Rindt - Quasi 7 stagioni in F1, 62 gran premi disputati e 6 vinti al volante di Brabham, Cooper e Lotus, ma anche trionfatore in una 24h di Le Mans alla guida di una Ferrari, in coppia con l’americano Masten Gregory. Orfano di guerra, trasferitosi da Magonza a casa dei nonni, a Graz. Compagno di squadra di Graham Hill, al successo per la prima volta a Watkins Glen mentre l’illustre team-mate si fratturava le gambe. Matematicamente in grado di vincere il primo mondiale nel 1970, quando arrivò a Monza abbondantemente primo sugli avversari, prima di perdere il controllo della macchina a pochi metri dalla Parabolica durante le qualifiche e disintegrarsi contro il guard-rail. Non sopportava il casco, soffriva di mal d’auto e non festeggiò mai il suo titolo iridato. Conquistato postumo.

E Niki Lauda? - Ben 177 gran premi (171 partenze) e 25 vittorie, vincitore di tre titoli mondiali, due dei quali su Ferrari, il terzo su McLaren. Protagonista di una rivalità leggendaria con James Hunt, compagno di gavetta nelle formule minori ma totalmente agli antipodi come personalità, professionalità, stile di vita e atteggiamenti. Soprannominato ‘il computer’ per la sua capacità di cogliere ogni difetto della sua monoposto e di metterla a punto per la gara. Nel 1976 uscì miracolosamente vivo ma sfigurato da un terribile incidente al Nurburgring, nel quale prese fuoco la sua Ferrari 312T2. Non si scompose: disse che a un bel volto preferiva un sedere funzionante, perché le F1 si guidano con la sensibilità del fondoschiena.

Piloti e play boy... - Berger, poi, a differenza di altri, fu uno degli ultimi piloti-play boy. Corse 210 gran premi vincendone 10. Non andò mai al di là del terzo posto in campionato (1988 e 1994 su Ferrari), ma segnò di fatto anche l'epopea della Benetton, visto che la sua prima e ultima vittoria in F1 coincidono col primo e l’ultimo successo della scuderia nata sulle ceneri della Toleman. Nell’anno in cui poteva aspirare al mondiale si trovò davanti una Williams fortissima, la prese con filosofia e non soffrì molto. Il suo vero dolore resta ancora oggi la scomparsa di Ayrton Senna, del quale era grande amico. Insieme si divertivano, si sfidavano continuamente in goliardate, si piacevano, si stimavano. Dopo la morte del brasiliano, Berger disse di aver perso una parte di sé. Ma in verità, quando lo si intravede circolare nei paddock, vien da pensare che sia lo spirito di Ayrton a continuare a frequentare tramite lui la Formula 1.

Dove osano i campioni - Rindt, Lauda, Berger avevano il coraggio di osare. Nella vita, in gara, nei rapporti personali. L’Austria da corsa erano e restano loro. Al di là di ogni ragionevole dubbio. "Ein filet mit grünem pfeffer, und ein großer bier... danke…".

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