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23 agosto 2016

GP del Belgio '79: quando l’Alfa tornò in F1

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VIDEO. La gara di domenica a Spa è lo spunto per ricordare il rientro in Formula 1 dell'Alfa Romeo avvenuto nel 1979, dopo essere stata campione del mondo nel 1950 e '51. Un rientro nel Circus che potrebbe non essere l'ultimo alla luce delle parole di Sergio Marchionne della primavera scorsa

Pensare all’Alfa vuol dire pensare alle corse, un elemento fondante del DNA della casa milanese assieme alla ricerca della massima espressione del piacere nella guida e all’incessante leadership tecnica. "Racing since 1910" potrebbe essere un claim di gran richiamo in uno spot per un paese anglosassone. Ed è tutto vero, perché sono poche le case al mondo che possono vantare un’epica fatta di sei Targa Florio, quattro 24h di Le Mans, sei campionati europei turismo (anni 60/70 con le Giulia GTA, "l’auto di famiglia che vince le corse"), due Mondiali Marche (con le 33 dell’Autodelta nel ’75 e ‘77), il DTM in Germania, solo per citare le vittorie più eclatanti. Impossibile poi non ricordare il trionfo di Tazio Nuvolari nel '35 al Nurburgring con l’ormai datata P3. Una delle più grandi umiliazioni sportive (e propagandistiche) impartite ad Adolf Hitler e al Terzo Reich con la disfatta degli squadroni tedeschi di Mercedes e Auto Union (oggi Audi) avvenuta davanti a duecentomila tedeschi per mano del Mantovano Volante e della Rossa del Portello.

 

I più forti del mondo – Il mondiale di Formula 1 nasce nel 1950 in un’Europa che cerca faticosamente di mettersi alle spalle l’immane tragedia della guerra. L’Alfa, uscita sì distrutta dai bombardamenti sul Portello ma ancora ricca di straordinarie risorse umane, domina il primo campionato del mondo con tre uomini ai primi tre posti (Farina, Fangio, Campari) e le invincibili Alfetta 158, miracolosamente scampate ai saccheggi della guerra. Nel 1951 arriva il bis con la 159 guidata da Fangio e quindi l’abbandono della scena, perché l’azienda (di stato essendo controllata dall’IRI) ha la pressante necessità di sviluppare la produzione di serie, come prerequisito per sua stessa sopravvivenza. Le corse costano e di soldi non ce ne sono.

 

I motori per Bernie – L’Alfa rientra in Formula 1 nel 1976 con un impegno significativo come fornitore di motori per il team Brabham di Bernie Eccestone. Il propulsore aspirato è il V12 piatto 3 litri derivato da quello montato sulla 33 sport prototipo. E' certamente il più potente di tutto il Circus ma è anche estremamente complesso e terribilmente assetato. Le Brabham progettate dal genio di Gordon Murrey sono bellissime nella livrea rosso Martini Racing ma non hanno vita facile ed in tre anni raccolgono una serie di podi ed un paio di vittorie con Lauda nel 1978. Di titolo mondiale non se ne parla.

 

Il ritorno - GP del Belgio 1979. Dopo oltre 25 anni l’Alfa Romeo torna in pista con una monoposto di Formula 1 interamente costruita in casa. L'ingegner Carlo Chiti, deus ex machina dell’Autodelta, vince la sua battaglia e convince i vertici dell’azienda a rientrare nel Circus dalla porta principale. Ci vuole coraggio, tanto, perché i mezzi sono relativamente limitati dati i bilanci ma la voglia di correre e la passione non temono confronti. L’Alfa come costruttore resta in F1 fino al 1985 con scarsa fortuna, con certamente più dolori (su tutti la tragedia di Depailler nell’80 ad Hockenheim) che gioie, raccogliendo due pole e alcuni piazzamenti a podio. Per la cronaca in Alfa, nell’anno dell’abbandono, è in fase di progettazione il primo V10 della storia della F1, con largo anticipo su Honda e Renault che avrebbero reso vincente quella motorizzazione, perché al di la di tutto "Alfa, racing since 1910".

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