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23 aprile 2010

Ultras attori in "Secondo tempo": ecco la vita in curva

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Secondo tempo è il primo film di Fabio Bastianello: centocinque minuti di piano sequenza in soggettiva, girato all'Olimpico di Torino, con un vero gruppo di supporter tra i protagonisti. Nelle sale dal 23 aprile

L'INTERVISTA. La violenza negli stadi, la fede nella squadra, la logica sociale e gerarchica delle tifoserie organizzate: Fabio Bastianello porta in scena un film-documentario (oggi nelle sale) sulla realtà dei supporter. Che per la prima volta recitano

di Concetta Desando

“Chiariamo subito: c’è differenza tra i tifosi estremi e gli ultras. I primi tifano per il risultato; i secondi per il colore della squadra, che seguono anche se questa perde e scende in serie B. Non facciamo di tutta l’erba un fascio”.

Spiega subito che cosa si nasconde dietro il suo lavoro Fabio Bastianello, il regista di Secondo Tempo, film-documentario sulla violenza negli stadi, al cinema da oggi, 23 aprile. Un ritratto sulla psicologia della curva, sulle scintille che scatenano l’esplosione della violenza, sui cori, i fumogeni e gli striscioni, sulle regole non scritte del gruppo. E sul momento della trasformazione: quando la tifoseria, da folkloristico spazio di divertimento, diventa un campo di guerriglia sanguinaria. Centocinque minuti (il film dura quanto una partita di calcio, intervallo compreso) di piano sequenza in soggettiva, girati sugli spalti dell’Olimpico a Torino e con un vero gruppo di ultras come protagonisti, che per la prima volta ha accettato di recitare davanti alle telecamere.
“È un film brutto, grezzo, ruvido, sporco ma vero come la realtà – spiega il regista – Sappiate che non andrete a vedere un bel film ma a vivere delle emozioni”.

A dir la verità, le emozioni che abbiamo vissuto durante l’ultimo derby Roma-Lazio non erano proprio belle.
“Quello che è successo a Roma è qualcosa che va fuori dalla filosofia ultras: una delle regole del gruppo è l’assenza di armi e lo scontro fisico solo tra tifoserie organizzate. Il problema è che vengono etichettati come ultras anche quelli che io invece chiamo cani sciolti, tifosi estremi che non hanno regole. È qualcosa che non ha nulla a che fare con il tifo calcistico e con la passione per lo sport. Ma non è detto che sia tutta opera degli ultras. E poi c’è il problema delle leggi italiane: quando la Nazionale ha vinto i Mondiali nel 2006 a Roma è successo di tutto, autobus distrutti, gente ferita. Però se ne parlava poco: era come se la vittoria azzurra giustificasse gli animi accesi. Allora il punto è: le regole valgono sempre o solo quando decidiamo noi? Sono le solite leggi all’italiana, da rispettare un po’ sì e un po’ no”.

Parlava delle regole degli ultras, quali sono?
“Ovviamente sono regole non scritte, ma conosciute e rispettate all’interno del gruppo: oltre all’assenza di armi e allo scontro fisico solo tra ultras, c’è il rispetto per il più anziano, la difesa del fratello, l’appartenenza al gruppo, l’aiuto a chi è in difficoltà con un abbonamento omaggio per lo stadio, la raccolta di collette per solidarietà. Gli ultras che ho conosciuto, ad esempio, erano vicini all’associazione di don Mazzi. Paradossalmente, quelle degli ultras sono regole che se fossero presenti anche nella società civile andrebbe tutto molto meglio”.

Mi descriva il tipico ultras.
“Innanzitutto possono essere ultras anche persone inimmaginabili: dall’avvocato al dirigente, dall’operaio al tranviere. Ciò che li distingue è la tipica psicologia ultras, che è basata su un amore sfrenato per il colore e per il simbolo del club più che per la squadra in sé. Una cosa che il capo ultras ripete sempre è che i calciatori passano, gli allenatori anche: quello che rimane nel tempo è il colore della squadra”.

Il film è una panoramica sulla psicologia della curva: quali sono le emozioni che si vivono lì dall’inizio alla fine della partita?
“Dipende dall’entità del match: per quelli più importanti i tifosi si incontrano anche mesi prima per preparare cori e striscioni. L’inizio della partita, quindi, è vissuto come una festa: sembra un grande picnic all’insegna della goliardia”.

Ma qual è il momento in cui si scatena la violenza?
“Non è detto che ci sia sempre, spesso dipende dal comportamento dei giocatori in campo: se giocano bene, al di là del risultato, i veri ultras sono soddisfatti, perché loro seguono la squadra nel bene e nel male. Ci sono casi, invece, in cui la violenza è scatenata da una scorrettezza dell’arbitro, come si vede nel film, magari alla fine del secondo tempo. Non c’è una regola precisa. Ultimamente, però, sta prendendo piede in Italia la moda degli appuntamenti, già diffusa in Inghilterra: gruppi diversi di ultras si danno appuntamento per uno scontro tra pari, 20 contro 20 o 30 contro 30. Una violenza lontano dagli stadi, dunque”.

Il ruolo della polizia?
“La polizia è sempre presente nel film, proprio perché ho voluto mettere entrambi i punti di vista: non a caso, uno dei protagonisti è un infiltrato che segue gli ultras nei loro incontri-scontri. Lo slogan più usato dai vari gruppi è Polizia nemico comune e, infatti, a un certo punto, le tifoserie si alleano contro l’unico avversario rappresentato dalla divisa. Il perché? Io posso solo riportare quello che dicono gli ultras: incolpano le forze dell’ordine di prenderli in giro durante le partite o di usare spesso il mondo della curva come capro espiatorio della generale violenza negli stadi. Spesso si cerca di mediare tra le parti ma non dimentichiamo che alcune reazioni sono scatenate solo dalla paura: in uno scontro tra 50 ultras e 20 poliziotti è inevitabile che qualcuno finisca male”.

Si dice che gli ultras siano contro il calcio moderno, la tessera del tifoso e i nuovo media in generale.
“È un problema di comunicazione: la tessera del tifoso è una sorta di bancomat della legalità che deve far luce sulle tifoserie. Ma, in realtà, il vero ultras non ha bisogno di dirlo, la sua è una fede che va vissuta non comunicata. E c’è tra di loro l’idea che non tutti i media riferiscano le cose così come stanno. Di solito usano poco il web perché lo considerano contro-comunicazione; preferiscono riunirsi nei garage come un tempo, nei locali e nei pub che considerano i loro punti di aggregazione”.

E allora come è riuscito a inserirli nel cast?
“Ci sono sempre i gruppi più politici, quelli che preferiscono parlare e uscire dall’anonimato per far capire alla gente la vera natura degli ultras. Nel film ci sono più di cento tifosi granata”.

Trent’anni fa uscì nelle sale Ragazzi di stadio, il primo film-inchiesta sugli ultras in Italia, girato sempre a Torino. Che cosa è cambiato da allora?
“Solo i fattori esterni: le leggi, la tessera del tifoso, i controlli. Ma la fede ultras è sempre la stessa: è un credo e, come tale, viene trasmesso alle nuove generazioni”.

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