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04 agosto 2013

IndyCar, la storia. Così corrono i bolidi negli States

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Sono passati 17 dalla nascita, nel 1996, della Indy Racing League . Oggi non si corre più solo su ovali tutti curve a sinistra: dal 2010 i circuiti stradali sono addirittura la maggioranza. Resta il fattore velocità, a cominciare dalla partenza lanciata

di Chiara Baroni

C'era una volta un ovale, anzi l'ovale, il più famoso, il più prestigioso, il più ambito: quello della 500 miglia di Indianapolis. E c'era una volta una monoposto, dai  fianchi larghi, il baricentro basso, l'assetto asimmetrico, con le gomme di destra più piccole di quelle di sinistra e un motore capace di toccare i 400 km orari.

Di anni ne sono passati 17 dalla nascita nel '96, della Indy Racing League, oggi IndyCar Series, meglio nota da noi come Formula Indy, per assonanza con la Formula 1. Ma tra la serie regina d'America e la serie regina del Mondo, al di là delle ruote scoperte, di somiglianze ce ne sono ben poche, a cominciare dalla componente scenografico-spettacolare che è caratteristica intrinseca del motorsport d'oltreoceano.

La Indy oggi non corre più solo su ovali tutti curve a sinistra, anzi dal 2010 i circuiti stradali sono addirittura la maggioranza. Resta ferma però la passione per il fattore velocità, a cominciare dalla partenza lanciata, con conseguente minor attenzione verso aspetti come la trazione post frenata e l'aerodinamica nel suo complesso, punti d'eccellenza delle F1.

Altra differenza, l'attenzione per i costi: con il telaio unico Dallara, le gomme Firestone e il motore v6 turbo standardizzato griffato Honda o Chevrolet, negli States il budget di un top team è 5 volte più basso di quello di una piccola squadra di Formula 1, addirittura 30 volte più bassa rispetto a colossi come Ferrari e RedBull. Una necessità dettata dal portafoglio, vero, ma anche una filosofia, sfumatura del mito del self made man. Tutti ad armi pari.

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