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03 luglio 2014

Belinelli, campione semplice: "Ho coronato un sogno"

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L'INTERVISTA. Il Beli è tornato in Italia dopo aver vinto il titolo Nba: "Ma non mi sono ancora fermato un attimo. Io un modello? La gente ha capito che sono una persona normale che lavora sodo". E si tatua il Larry O'Brien Trophy

di Matteo Veronese

Marco Belinelli come Alberto Tomba? Il paragone salta fuori durante un incontro alla Nike di Milano con il neo campione Nba, from San Giovanni in Persiceto fino al Gotha del basket mondiale grazie al titolo conquistato (primo italiano della storia a riuscire nell'impresa) il Larry O'Brien Trophy, prontamente rappresentato sul bicipite sinistro dal Beli.

Entrambi emiliani, entrambi massimi rappresentati dei rispettivi sport a livello mondiale, il Beli può diventare un simbolo, un'icona per tanti ragazzi che si avvicinano al basket: "Addirittura un'icona non saprei. Sono un ragazzo normale che ha lavorato sodo per arrivare dove sono arrivato, traendo forza dalle critiche per dimostare a loro e a me stesso di poter stare in Nba e poter vincere, nonostante non fossi 2 metri e 10 per 100 chili. Ho lavorato per coronare un sogno e ce l'ho fatta, per questo ora sento tanto calore che mi arriva da ragazzi normali come me. Sono migliorato molto in campo in questi anni fino ad arrivare qua, al titolo, ma voglio ancora crescere e vincere. Sinceramente non sto ancora realizzando quello che ho fatto, ma è stato molto importante per me e per chi mi è stato sempre vicino, io ho sempre creduto di potercela fare e mai, mai, mai neanche per un momento ho pensato di mollare e tornare a casa".

Il quinto titolo degli Spurs riunisce storie particolari. A 16 anni Belinelli era un ragazzo con un sogno che si allenava con Manu Ginobili a Bologna. L'argentino ha poi intrapreso la strada che lo ha portano a San Antonio e da lì non si è più mosso, vincendo 4 titoli in 12 anni. L'ultimo dei quali, proprio con Marco Belinelli, che però in Nba ha dovuto girare molto prima di trovare la propria stabilità all'interno di un sistema, quello di Popovich, molto "europeo": "Che storia strana. Mi ha fatto piacere doppio vincere un titolo con Manu dopo tanti anni. Spero che la cosa non lo faccia sentire vecchio, ma lui, Parker, Duncan... sto giocando con i migliori al mondo, forse mai mi era capitato di giocare con gente così forte e così legata, gli Spurs sono veramente una grande famiglia. Pop è un elemento fondamentale, lo è stato per me, come lo sono stati prima Monty Williams a New Orleans, dove giocavo in quintetto con Chris Paul e ho iniziato ad accumulare minuti in campo, e Tom Thibodeau a Chicago".

Un pensiero anche all'Italia, al basket italiano e ad Alessandro Gentile, chiamato da Minnesota ma girato a Houston nell'ultimo draft: "A livello personale il titolo è qualcosa di fantastico, spero di vincere anche con la Nazionale. Le ultime uscite sono state sfortunate per la squadra, senza Bargnani e Gallinari ad esempio, ma se non abbiamo vinto significa che non eravamo abbastanza forti. Vincere con l'Italia rimane comunque un obiettivo. A Gentile posso consigliare di provare subito a buttarsi nell'NBA. All'inizio magari non sarà facile l'impatto, farsi accettare, ma è giovane, fisicamente pronto, ha grande carattere e aver vinto lo scudetto a Milano può avergli dato ulteriori stimoli e certezze".

Infine qualche istantanea delle Finals: "Ho tanti ricordi, dal primo minuto in campo quando Popovich mi ha chiamato, ai cinque alti e gli abbracci con i compagni in panchina, la "bomba" di gara 3. E' stato istintivo, ho capito l'importanza di quel tiro quando me lo ha fatto notare il coach. In spogliatoio c'era una lavagna, prima dell'inizio dei playoff, con il numero di partite da vincere per arrivare al titolo, e ad ogni vittoria ne cancellavamo una. Il countdown verso il titolo ha stimolato tutti. Sono contento di avercela fatta per me, i miei genitori, i miei amici. Adesso è più la soddisfazione per aver fatto ricredere tanta gente, piuttosto che la rabbia per le critiche ricevute in passato. Quelle mi hanno reso più forte".

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