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17 febbraio 2017

NBA, buon compleanno Michael Jordan!

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Ai successi ottenuti da giocatore e da businessman (il suo Brand Jordan macina milioni di utili) non corrispondono altrettante soddisfazioni nel ruolo di proprietario NBA. Ecco perché al suo 54° compleanno Michael Jordan chiede un regalo speciale

Michael Jordan il suo 54° compleanno se l’era immaginato sicuramente diverso. Questo venerdì 17 febbraio 2017, in contemporanea allo spegnersi delle candeline sulla sua torta, si sarebbero accese le luci sull’All-Star Weekend NBA a Charlotte, nella città dei suoi Hornets, nel suo North Carolina. Michael Jordan padrone di casa per una doppia festa — il compleanno e il classico appuntamento di metà stagione NBA — che lo avrebbe rimesso per un fine settimana al centro del mondo sportivo, quel centro che per quasi 20 anni ha abitato con naturalezza, come fosse l’unico posto per lui possibile, la naturale destinazione di un uomo nato per attirare su di sé sguardi e riflettori. Non sarebbe stato neppure il primo, di All-Star Game a Charlotte per Jordan, perché “ricordo ancora l’eccitazione provata quando scesi in campo da giocatore nel 1991 alla prima partita delle stelle mai organizzata nel mio stato [ovviamente fu il miglior marcatore della serata, con 26 punti, trascinò l’Est alla vittoria ma il premio di MVP finì nelle mani di Charles Barkley, autore di 17 punti e 22 rimbalzi, ndr]”. Parole pronunciate nel giugno 2015, quando la NBA annunciò pubblicamente la sua scelta di tornare a Charlotte 26 anni dopo, scelta poi rinnegata in risposta alle leggi statali considerate discriminanti verso la comunità LGBT. Così l’All-Star Weekend che prende il via stanotte con il Rookie Challenge — proprio nel giorno del 54° compleanno di Michael Jordan — ha come cornice una New Orleans anch’essa doppiamente in festa, ma non per celebrare il più grande giocatore di sempre quanto per onorare la tradizione cittadina del Mardi Gras. 

 

I suoi Hornets — E poi forse MJ si era immaginato un compleanno diverso anche dopo il promettente avvia di stagione dei suoi Hornets, la squadra di cui è diventato proprietario di maggioranza nel febbraio 2010. Le otto vittorie nelle prime undici partite, il ritorno in pianta stabile di Michael Kidd-Gilchrist in quintetto, l’esplosione definitiva di Kemba Walker (che a New Orleans sarà in campo nella partita della domenica, al suo esordio tra le stelle) lo avevano portato a pensare che forse questa sarebbe stata la stagione buona per iniziare a prendersi — anche da proprietario — quelle soddisfazioni che da giocatore per lui erano la norma. I playoff già assaggiati al suo primo anno al comando degli Hornets e poi rivissuti soltanto nel 2014 e la scorsa primavera (ma mai superando lo scoglio del primo turno, in nessuna delle tre occasioni) sembravano essere facilmente alla portata dopo un avvio di stagione così promettente. Invece, arrivati al break dell’All-Star Weekend, gli Hornets cavalcano una striscia negativa di 11 sconfitte esterne consecutive, così come 11 sono anche le gare perse nelle ultime 12 partite disputate. L’ultima sfida che Michael Jordan si è voluto inventare — trionfare anche da proprietario, dietro una scrivania — sembra così diventare sempre più irrealizzabile, con Charlotte a oggi estromessa dal tabellone playoff e ripiombata nel baratro di un record ampiamente negativo (24-32). 

Auguri — Se c’è però una persona che contempla poco la sconfitta come opzione, quella è il super competitivo figlio di papà James e mamma Delores, che un qualche modo per festeggiare il suo compleanno n°54 vuole comunque trovarlo. Se non sarà l’All-Star Weekend, magari proverà a regalarsi un nuovo giocatore prima della trade deadline del 23 febbraio. Per mano del suo general manager Rich Cho un movimento lo ha già messo a segno — assicurandosi Miles Plumlee in cambio di due lunghi poco attraenti nella pallacanestro del terzo millennio come Roy Hibbert e Spencer Hawes — ma niente che possa soddisfare un uomo abituato ad avere tutto dalla vita, e sensibile solo alle emozioni forti. La pazienza non è mai stato il pezzo forte nel repertorio del mitico n°23 dei Chicago Bulls, ma forse un anno di età in più gli avrà portato doti di saggezza e indulgenza aggiuntive. Assieme alle candeline lo si può immaginare accendere anche uno dei suoi amati sigari, attento però a tenere quello più pregiato ancora da parte, per occasioni migliori. D’altronde lui è “Air” Jordan, vincere è nel suo destino: prima o poi tornerà a farlo. 

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