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26 giugno 2015

Ipertensione e sport, un binomio possibile

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Getty Images

L’attività fisica contribuisce a far scendere la pressione arteriosa. In particolare va incentivata quella di carattere aerobico (cammino, corsa, nuoto, bicicletta, acquagym, aerobica, step), mentre andrebbe evitato il body-building e la pesistica

L’ipertensione colpisce in Italia in media il 33% degli uomini e il 31% delle donne. Il 19% degli uomini e il 14% delle donne sono, invece, in una condizione di rischio. Si tratta di una condizione in cui il cuore pompa sangue in circolo nell’organismo con una forza eccessiva, esercitando sulle pareti dei vasi sanguigni e sui tessuti degli organi una pressione superiore ai valori di riferimento. Può essere molto pericolosa, soprattutto se trascurata.

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che l’attività fisica abbassa la pressione arteriosa. In particolare va incentivata quella di carattere aerobico (cammino, corsa, nuoto, bicicletta o cicloergometro, ergometro a braccia, acquagym, aerobica, step), con una frequenza di 3-5 volte alla settimana, una durata variabile dai 20 ai 60 minuti e uno sforzo muscolare pari al 40-70% del massimo teorico. Gli effetti positivi si verificano con esercizi di resistenza (come jogging o nuoto), mentre gli esercizi di potenza aumentano ulteriormente la pressione (come pesistica e bodybuilding) ed andrebbero evitati. L’iperteso che vuole praticare sport però non può improvvisarsi atleta. Deve comunicare questa sua decisione al proprio medico e seguire scrupolosamente i suoi consigli.

L’ipertensione è un disturbo in aumento in tutto l’Europa dove ormai un adulto su 3 soffre questa condizione. “Esistono però forti differenze tra i vari territori - ha affermato il prof. Enrico Agabiti Rosei neopresidente della European Society Of Hypertension - Nei Paesi centro-occidentali abbiamo finalmente raggiunto un buon livello di monitoraggio e sempre più persone si sottopongono ai controlli e alle cure. Questo non avviene ancora nell’Est europeo dove, infatti, sta aumentando il numero di ictus che è una delle principali, e più pericolose, conseguenze della malattia. Dobbiamo lavorare per migliorare l’assistenza a tutti i pazienti”.

Nel mondo 1,5 miliardi di persone ha la pressione alta e le malattie correlate provocano oltre 8 milioni decessi. “Noi medici abbiamo a disposizione armi efficaci contro il disturbo ma il problema spesso è l’aderenza alle terapie - sottolinea il prof. Agabiti Rosei - Dopo 12 mesi il 50% dei pazienti modifica o sospende la cura. Per invertire questa tendenza la parola d’ordine deve essere semplificazione. Molti ipertesi soffrono di altre patologie e devono quindi utilizzare diversi medicinali. Maggiore è il numero di farmaci più alto è il rischio di scarsa aderenza. Bisogna giungere quanto prima all’impiego di associazioni di molecole e dare così al paziente un'unica pillola. Un ulteriore aiuto può arrivare anche dalla tecnologia attraverso il ricorso a sistemi informatici che ricordano di assumere la terapia”.

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