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19 marzo 2016

Ragazzini e scuole, la nuova Italia deve ripartire dalle fondamenta

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L'OPINIONE. Il problema del rugby azzurro dopo il disastroso Sei Nazioni è la formazione. Non quella che va in campo, ma quella che va fatta sul campo, a partire dal minirugby. Solo lavorando adesso per vincere tra 5-10 anni si può pensare positivo

di Francesco Pierantozzi

La formazione è il problema. Non quella che va in campo, ma quella che va fatta sul campo a partire dal minirugby, dai ragazzini. Solo lavorando adesso per vincere tra 5-10 anni si può pensare positivo. Gli investimenti andrebbero fatti su gruppi di allenatori da mandare in Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica ad imparare, magari per stage, per periodi di un paio di mesi, a rotazione.

Bisognerebbe andare nelle scuole con un progetto organico, esteso, non a macchia di leopardo, per individuare i talenti fisici, le persone che potrebbero essere adatte a giocare. Non lo fa la scuola, allora lo faccia il rugby. Qualunque allenatore non può cambiare le cose, magari può cambiare il gioco, la mentalità. Individuare giocatori nelle retrovie dei campionati, dimenticati, persi, sottovalutati, magari può mettere assieme un’idea da condividere con le franchigie, i club dell’Eccellenza. Però non aspettiamoci che possa cambiare i risultati, almeno nel breve periodo.

Non siamo l’Inghilterra con i suoi giocatori, due milioni, e con la possibilità per un allenatore di non dover formare ma semplicemente “scegliere”, “gestire”. Arriva Eddie Jones, cambia mentalità, mette il grugno alla squadra, e vince. Tutto qui. Brunel, allenatore azzurro a fine contratto e fine corsa, lascia, col cucchiaio di legno, con valanghe di punti subiti, Galles ultimo della serie (67-14, 9 mete a 2), un gruppo di giovani che ha assaggiato l’alto livello, col rodaggio già fatto, qualche nome nuovo, qualche giocatore lanciato con coraggio. Pensiamo positivo e ripartiamo da loro, per la nuova formazione!
 

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