Diciamolo chiaramente, le 98 pagine della seconda parte del report della Wada non scatenano il terremoto provocato lo scorso novembre. Non ci sono novità eclatanti. Che la Iaaf dell'ex presidente Diack fosse un covo di corruzione l'abbiamo appurato, gli arresti dei mesi scorsi lo hanno confermato. Di nuovo, nero su bianco, si sono dati e dettagli, il rapporto strettissimo tra Putin e Diack con la corruzione della Russia nascosta tramite i diritti televisivi per i Mondiali di atletica del 2013, Putin li pagò una follia, 25 milioni di dollari, e a riscuoterli in una banca russa passò il figlio di DiaCk, quel Papa Massata che si occupava di marketing ma in realtà era il collettore delle mazzette, e ora è ricercato dall'Interpol. Il presidente della commissione Wada, Dick Pound, pecca un po' in coerenza: dice che tutti i membri della Iaaf hanno sempre saputo tutto ma poi elogia il numero uno Sebastian Coe, che per 7 anni della Iaaf è stato prima vicepresidente, definendolo "l'uomo giusto, il migliore per il rinnovamento".

A sua volta Lord Coe ringrazia e promette pulizia. Un volemose bene da cui ripartire. Ora, c'è la Russia che deve dimostrare di aver cambiato rotta, di aderire ai nuovi parametri se vuole che la sua atletica gareggi a Rio. Ma ci sono altri 5 paesi che hanno spesso messo i bastoni tra le ruote, poco collaborativi sul fronte controlli antidoping: Turchia, Ucraina, Kenya, Marocco e la Spagna.

Eccoci, la Spagna, dove qualcuno non sta dormendo sonni tranquilli in queste ore. Tornano in ballo le 211 sacche anonime di atleti dopati trovate nel laboratorio del dottor Fuentes, il medico non solo dei ciclisti ma anche di calciatori e tennisti. La sentenza (2 maggio 2013) della giudice Santamaria aveva stabilito di distruggerle, la Wada però ha presentato ricorso e tra pochi giorni il tribunale emetterà la senteNza. Le sacche al momento sono in un laboratorio a Barcellona, ancora anonime, ma se la Wada dovesse vincere l'appello potrebbero avere tutte un nome e cognome. Forse. Finalmente.