di Augusto De Bartolo

Frastuono, 30 mila persone, la maglia rossonera che sembra un sogno, non svegliarti ti prego!!! La voce che risuona nella testa come spesso accade a chi si vuole gustare fino in fondo la propria realtà onirica. Il 'Negro' Gamboa si avvicina, "Seba scaldati", non ci credi, il momento è arrivato, il desiderio di una vita, Rosario, 'El Coloso del Parque', la serie A argentina. Le gambe sono paralizzate dall'emozione, allora capisci che sei sveglio, il momento della verità è giunto, dentro o fuori, ci siamo. E' il pensiero di Sebastian Grazzini, professione fantasista, che ha coronato il suo sogno di 'Pibe', il ragazzo di Rosario (come Messi) che esordisce con la maglia della squadra del cuore a 27 anni in serie A dopo tanto peregrinare tra Venezuela, Belgio e Italia. Cresciuto nelle giovanili del River Plate, differentemente dai grandi campioni che hanno lasciato la patria per raggiungere il successo oltreoceano, 'Seba' , nel suo personalissimo ‘strano percorso’ uguale e contrario, ha conosciuto la gloria proprio lì, a casa, e ora si gode il momento dopo tanti sacrifici divisi tra Deportivo Italchacao, Excelsior Virton e Sestrese, addirittura, entro i nostri confini. L'esordio contro l'Independiente nella gara vinta dal Newell's per 1-0 (gol di Fabbiani, ex Cluj ndr) e la sfida ai ‘campeones’ del Boca sono state solo il preambolo di una stagione che sembra una favola dei fratelli Grimm da raccontare ai nipotini e, dunque, da gustarsi fino in fondo, perché qui, in Italia, forse, ci siamo davvero persi qualcosa…

Allora Seba, finalmente ce l'hai fatta, l'esordio è arrivato, quali le sensazioni dominanti?
“Sono molto felice, è come se Dio mi avesse detto: ‘questa è la tua opportunità, vai e non sprecarla’. Sono sicuro che ciò che mi sta succedendo è un dono che viene dall’alto, è tutto fantastico, sono a casa (a Rosario ndr) e gioco nella mia squadra del cuore. Da ragazzino ero dall’altra parte, uno della curva e ora sono qui a onorare la maglia del club della mia città. Ho sofferto tanto per arrivare fino a questo punto”.

La tua storia è molto particolare, tanto girovagare per il mondo in squadre 'minori', poi all'improvviso la serie A, ci racconti com'è nata questa opportunità?
“Devo molto al mio amico Pelanda che mi ha sempre detto che io avevo le qualità per giocare in serie A. Lui è famoso in Argentina e conosceva l’allenatore del Newell’s a cui ha fatto vedere una mia clip. Mi hanno chiamato per conoscermi  dal vivo. Sono bastati 25 minuti per convincere il tecnico. Il presidente ha aspettato un po’ prima di offrirmi il contratto perché ero un giocatore poco conosciuto, al Newell’s si aspettavano grandi nomi e poi, invece, ho firmato un accordo di un anno con opzione sui prossimi tre. E’ ciò che ho sognato per tutta la vita e si è realizzato adesso”.

Eppure l'inizio non è stato semplice. Arrivi come nuovo acquisto, i tifosi si aspettavano grandi nomi, poi le difficoltà legate al transfer, le partite con la squadra riserve, come l'hai vissuta?
“Sono rimasto calmo ed ho cercato di dimostrare sul campo il mio valore. Ci sono riuscito, ho guadagnato la fiducia di Gamboa, l’esordio contro l’Independiente e un altro spezzone di gara contro il Boca Juniors nella partita di giovedì”.

Trenta minuti per l'esordio, altrettanti con gli ‘Xeneises’ cosa hai pensato quando Gamboa ha detto di scaldarti?
Tutti, compresa la mia famiglia credeva che avrei avuto un po’ di difficoltà. D’altronde passare nel giro di tre mesi da giocare di fronte a 300 persone a 30.000 non è poca roba. Stranamente io non ho sentito la tensione che normalmente in occasioni del genere ti blocca le gambe, anzi, ho provato altre sensazioni. Sapevo di dover sfruttare al massimo questa opportunità ed ero tranquillissimo”.

Dopo le prime due presenze in campionato dove vuole arrivare Grazzini?
“Spero di poter conquistare un posto stabile in squadra, credo che forse l’opportunità ci sarà già nella prossima gara, ma meglio non sbilanciarsi troppo”.

Magari titolare nel derby con il Rosario Central con un gol?
“Beh, in realtà spero di essere titolare prima visto che con il Rosario giocheremo un po’ più in la. Allo stesso modo spero di segnare non il primo ma certamente un gol nel derby, sarebbe il massimo per me, tifoso del Newell’s, siglare la rete del successo. Non potrei chiedere di più”.

Torneresti in Italia o adesso vuoi giocarti le tue chance in Argentina?
“Per il momento cerco di fare bene con questa maglia. L’Italia è un pensiero che circola nella mia testa. Ho giocato due anni nella Sestrese e lì sono stato benissimo. A tal proposito vorrei ringraziare il tecnico Manzano e il direttore sportivo Panico che mi hanno trattato come un figlio. Però in Italia vorrei tornare per giocare in A o in B, Samp o Genoa non sarebbero male…”

Che differenze ci sono tra il calcio italiano e quello argentino?
“Molte. In Italia si dà grande importanza alla tattica e il gioco è meno faticoso dal punto di vista atletico. In Argentina gli spazi sono più larghi, si pressa e si corre tantissimo”.

Il primo desiderio lo hai realizzato il prossimo sogno è la nazionale, o è presto per parlarne?
“La Seleccion è l’obiettivo di tutti i giocatori, per il momento mi accontento di quello che ho, ma sognare non costa nulla vero…?”

Che vuol dire per te giocare con la maglia del Newell's una squadra in cui hanno militato gente del calibro di Maradona, Batistuta, Sensini, Heinze, Solari ecc...?
“Per me è un onore, quando penso di vestire questa maglia spero soltanto di fare bene così un giorno potrò essere ricordato. Questa sarebbe una grande cosa: la gente potrà dire di Grazzini che ha lasciato il segno con la maglia del Newell’s”.

Cosa vuoi dire a chi non ha creduto prima, negli anni passati, in te?
“Non voglio dire niente, doveva andare così. Quando ero ragazzo ho commesso degli errori compreso quello di lasciare il calcio e dedicarmi alla musica. E’ stato Lito Isabela a convincermi a tornare in campo. Mi ha detto: ‘I soldi che guadagni con la chitarra te li do io se ritorni a giocare al calcio’. Grazie a lui sono arrivato in Europa, all’Excelsior Virton (serie B belga ndr) e ho cominciato a fare esperienze importanti. Tutto il percorso che ho fatto mi è servito per crescere, forse prima non ero pronto per la serie A, forse avrei potuto esordire prima, ma adesso l’ho fatto e sono contento, va bene così”.

Sei argentino e la rabona è un inconfondibile marchio di fabbrica, eppure per caratteristiche tecniche assomigli più a Kakà che a Riquelme o Messi. Tu a chi ti sei ispirato da sempre?
“Si è vero la rabona la faccio spesso ma in serie A non ancora mi è capitato, ma la proporrò al momento giusto, quando servirà. Secondo il mio parere, come tipo di gioco, mi sento più vicino a Insua, ma in realtà non voglio assomigliare a nessuno, preferisco essere me stesso”.

Tanti ragazzi, oggi, non credono ai sogni, tu cosa gli vuoi dire?
“Che non bisogna smettere mai di sognare nella vita. Le cose non capitano per caso, sono il frutto dei sacrifici e la mia storia è un esempio. Io ho sofferto, sono stato a lungo lontano da casa, ma poi il destino mi ha premiato. Ho cercato di imparare e lo faccio anche adesso dai più bravi, proprio l’altro giorno ho giocato contro Riquelme e Battaglia, li guardavo e assimilavo. Non ho mai smesso di credere che ce l’avrei fatta”.

A realizzare il desiderio della vita, a non dimenticare  da dove si arriva, a guardare sempre più in là del possibile.


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