di MASSIMO CORCIONE

DIEGO, IN PANCHINA UN RIVOLUZIONARIO DI SINISTRO

Quando Juan Martin Del Potro nasceva a Tandil, il 23 settembre del 1988, in Argentina come in Italia nessuno aveva dubbi: Maradona è meglio 'e Pelé cantavano da Napoli a Buenos Aires. 21 anni dopo i dubbi su Maradona sono cresciuti quanto nessuno avrebbe mai sospettato, Del Potro almeno per una volta - e che volta, agli Us Open - ha dimostrato di poter essere meglio di Federer, il miglior tennista al mondo secondo le classifiche dell'ATP.

Ecco le due facce di un Paese che in questi  giorni vive un dramma nazionale solo per l'ipotesi di una mancata qualificazione ai mondiali di calcio. L'Idolo Assoluto ha visto negare il dogma della sua infallibilità calcistica: sbaglia, e come se sbaglia. Scelte, tattiche, anche il modo di rapportarsi con i calciatori ha evidenziato limiti che oggi nessuno gli perdona. Ha scelto un provvisorio esilio: in Europa e in Italia si sente più protetto, meno perseguitato da una contestazione diventata insopportabile. Nella SPA di Merano che lo ha ospitato alla vigilia degli impegni importanti scaricherà rabbia, tensione e anche quei chili di troppo che tornano quando perde la serenità.

Nell'attesa che si compia il destino, la qualificazione è ancora possibile, anche lui, il più grande di tutti, si esalta per il ragazzino che ha messo in fila Nadal e Federer in due giorni. Avesse avuto la mente più libera, sarebbe stato in tribuna a tifare, da ultras come fa sempre quando c'è una bandiera nazionale da sventolare. Stavolta deve dirgli grazie: Del Potro ha vinto anche per lui. L'Argentina può esultare e, per qualche giorno, dimenticare.

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