di Marco Cattaneo
Sky Sport

Appena atterri all’aeroporto di Ho Chi Minh City (l’ex Saigon, nel sud del Vietnam) ti colpiscono due cose: i clacson dei motorini e l’aria inquinatissima, che al confronto Milano in questi giorni di targhe alterne sembra la Foresta Amazzonica. Poche cose valgono l’emozione di perdersi in un paese nuovo e così diverso dal nostro. Un’ora di volo da Milano a Roma, 14 da Roma a Hong Kong, quasi tre da Hong Kong a Ho Chi Minh City. Tutto per andare a conoscere l’italiano Sergio Gargelli, toscano, 35 anni, allenatore di calcio a 5. Per capire cosa significhi mettersi in gioco e ripartire, ancora una volta da zero: Sergio allenerà la nazionale del Vietnam, che mai nella sua storia è arrivata alla fase finale di un torneo, come fosse Malta in Europa.

Tra pochi giorni si giocherà tutto nella qualificazione alla coppa d’Asia. Se centrerà l’obbiettivo, rimarrà a giocarsela. Ad Ho Chi Minh City ho visto un sacco di cose: il capannone dove si allena la squadra e che il presidente della federazione usa come magazzino della sua azienda; giocatori “che da noi farebbero una bassa serie B”; scooter e bancarelle per strada. E poi lui, chiaramente: Sergio Gargelli con i suoi assistenti, come il preparatore atletico spagnolo Antonio Gallardo e l’improbabile traduttore N’Go Le Bang. Li ho seguiti per due giorni con una piccola telecamera, ho visto Ferrari e motorini, grandi alberghi e piccole baracche. E ho visto soprattutto, come spesso mi accade quando viaggio (e come sempre mi è accaduto in Asia) un popolo fantastico. Un popolo felice.