di MASSIMO CORCIONE

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Il bar di un albergo di lusso a Sharm el Sheik non è il luogo più adatto per consumare un divorzio. Ma Berlusconi resta imprevedibile e perfino Galliani rinuncia a interpretare il senso della chiacchierata dell’altra notte tra il presidente del Milan e un gruppo di turisti in gita: Berlusconi parla di calcio sempre più da allenatore che da dirigente, le sue osservazioni sulla vocazione d’attacco del gioco milanista non sono una novità, come i contrasti con l’atteggiamento spesso prudente di Ancelotti.

Eppure tutto sembrava volgere nel senso meno prevedibile: nonostante la corte e i milioni di euro promessi da Abramovich, la separazione tra il Milan e il suo allenatore simbolo pareva improvvisamente scongiurata. L’amore rossonero che prevaleva sulla ragione, una storia di calcio&cuore come se ne leggono sempre meno frequentemente.

Poi dalle sponde del Mar Rosso il colpo di scena: processo, requisitoria e sentenza in pochi minuti, senza neppure un difensore d’ufficio per l’imputato. Manca solo l’esecuzione della condanna. O il processo d’appello, magari nell’aula più ovattata di Milanello, con tanto di revisione della sentenza. Già visto, già vissuto. Del resto la soluzione ideale per la panchina del Milan non è praticabile: il candidato ideale, Berlusconi riesce a vederlo solo riflesso nello specchio. Meglio avere Ancelotti, un vice fidato almeno quanto Gianni Letta.