Stavolta i sogni non muoiono all’alba. Anzi si consolidano, acquistano forma e sostanza, diventano progetti. A Napoli la consapevolezza della forza del Napoli è tanta che persino quella parola lì, scudetto, con quella s e quella c che quasi schioccano, non fanno paura, non evocano scongiuri o gesti apotropaici. Non fanno toccar… ferro, insomma.

Per una volta nessuno ha pensato di risvegliarsi e di ritrovarsi nella solita realtà, miseramente diversa da quella che lo aveva dolcemente cullato quando anche il sole dormiva. La notte è trascorsa sfogliando album ormai ingialliti. 29 anni sono passati dalla prima volta, ventisette dall’ultima. Maradona ha squarciato il buio, ma non era quello che brindava come un ricco tifoso di 55 anni, esule per scelta, e emigrante di ritorno per aspirazione. Aveva quei calzoncini che oggi non indosserebbe neppure al bagno Flora, Mauro aveva sopraccigli ancora da disboscare, Giuliani Francini Ferrara era l’inizio della litania, Maradona Careca e Carnevale la fine.

La luce stavolta non fa paura. Rende ancora più belli i colori, l’azzurro di Higuain è perfino più brillante di quello di Diego, la tuta di Sarri, soprattutto, è il nuovo simbolo del lavoro che continua a non esserci in città, ma che a Castel Volturno paga, rende ricchi orgogliosi, campioni. Per ora solo d’inverno. Ma i signori dei numeri garantiscono che quando sei primo a gennaio, lo resti anche in primavera. E allora è bello sognare anche a occhi aperti. Senza paura di pronunciare nessuna parola. Anche: lo scudetto.