di GIULIA FOSSATI

Capita spesso di vedere sul corpo di alcuni atleti strisce di adesivo colorato, strani cerotti dalle tinte sgargianti posti a x, a y, o curiosamente intrecciati quasi a sembrare un tatuaggio, una scelta di look. Potrebbero sembrare l’ultima moda degli sportivi, un vezzo da campioni o, perché no, un rituale scaramantico. Nossignori. E allora cosa sono quelle bande colorate che si notano con sempre maggior frequenza su braccia, gambe e addome di moltissimi sportivi?

Una cosa seria. Si chiama Taping (da tape, o nastro in italiano) Neuromuscolare, una tecnica correttiva, meccanica e sensoriale, che favorisce una migliore circolazione sanguigna e linfatica nell’area da trattare. Ideata nel 1973 in Giappone dal fisioterapista Kenzo Kase, questa tecnica si basa su un concetto terapeutico che agevola i gesti tecnici. A differenza del bendaggio convenzionale, che ha come scopo la limitazione del movimento dei muscoli o delle articolazioni, la stimolazione Taping Neuromuscolare si basa infatti su una filosofia totalmente differente, che si propone di permettere totale libertà di movimento, facilitando il processo naturale di guarigione in tantissime patologie.

È l'ideale nella cura di muscoli, nervi e organi in situazioni post-traumatiche, in fisioterapia o anche semplicemente per migliorare il rendimento sportivo. I muscoli sono trattati con un nastro elastico (le famose “strisce colorate”), non farmacologico, che non rilascia cioè sostanze chimiche ma permette una più facile contrazione muscolare e un più ampio movimento articolare, attivando così le difese corporee per aumentare i tempi di guarigione.

Ma è una terapia efficace? Come spiega Sebastiano Morassi, fisioterapista e membro del “Taping Neuromuscolare Institute”, anche se l’efficacia di questa tecnica non è supportata da un’importante evidenza scientifica (non esistono ancora numerosi studi sull’argomento), può essere considerata valida perché riesce ad agire a lungo termine. Non essendo un farmaco, e non avendo quindi particolari controindicazioni, il “tape” può essere infatti applicato più volte per un periodo di tempo ipoteticamente illimitato. È importante però che chi applica questo bendaggio sia altamente specializzato; non basta che i nastri siano colorati per ottenere il risultato sperato, ma occorre saperli intrecciare in maniera corretta.

Il “tape” è noto agli sportivi, praticanti o spettatori, perché indossato da molti atleti. La lista dei professionisti che ha scelto di utilizzare questa tecnica è lunga e varia. Si va dal chiacchieratissimo Tiger Woods al campione di motociclismo Valentino Rossi, da David Beckham allo Special One Mourinho. Lo abbiamo anche visto sulla schiena di Kerry Walsh, oro nel Beach Volley alle Olimpiadi di Pechino, sulla spalla della canoista azzurra Josefa Idem, prima e unica donna nella storia della Canoa Italiana ad aver vinto un Campionato Mondiale e un'Olimpiade, sulle gambe di Lance Armstrong e su quelle di Serena Williams.

Dal calcio al tennis, dal nuoto all’atletica, non c’è disciplina sportiva nella quale ormai non sia stato utilizzato. E la prossima volta che vedremo in vasca un nuotatore con un intreccio di nastri colorati che fasciano i muscoli ben definiti delle sue spalle o una tennista che, lanciando in aria la pallina per cercare l’ennesimo ace, lascia intravedere dalla gonnellina svolazzante un nastro lungo i muscoli delle gambe, sapremo che non si tratta di una moda, ma di una terapia che sembra dare ottimi risultati nella medicina dello sport.

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