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PSICODRAMMA ARGENTINA: DIEGO SI' O NO?
di AUGUSTO DE BARTOLO
"So come battere l'Argentina ma lo dirò solo ai
miei giocatori". Lui conosceva già l'esito della partita prima ancora di
giocarla. Quando iniziò la carriera da allenatore nelle giovanili
del Winterthur, Joachim Loew, cinquantenne di Schonau im Schwarzwald ex
attaccante del Friburgo, sapeva che un giorno sarebbe stato ct della Germania.
Un po' santone, un po' tattico, molto pragmatico, certamente un burbero tedesco
tosto come i suoi ragazzi che ha fatto della voglia di lavorare, dell'umiltà,
della fiducia indiscriminata nella gioventù la forza di una Nazionale partita
senza favori alla vigilia di un Mondiale che la vedeva come possibile outsider e
nulla più. La ricetta giusta è stata quel Low profile (o se preferite Loew
profile) che si sposa perfettamente, non solo a livello fonetico, con il basso
profilo che è stato, finora, il fill rouge della Germania a Sudafrica 2010.
Parole sempre misurate, mai un decibel oltre il necessario alla ricerca di un
alibi possibile per un'eventuale disfatta dopo aver perso, uno dopo l'altro,
giocatori fondamentali come Rolfes, Adler, Ballack, Traesch e Westermann.
Dimesso anche nel look, con quel maglioncino color carta da zucchero poco adatto
ad addolcire quel suo sguardo da duro con la mascella serrata, impenetrabile per
chi ha tentato di carpirgli qualche emozione. Missione impossibile. Un tipo che
non bada alla forma e all'apparenza, dicevamo, come in quelle immagini che lo
ritraggono intento ad esplorare le sue cavità nasali durante l'epico match tra
Germania e Inghilterra. Questione di nervi da scaricare si è detto per un video che è diventato un cult
della rete.
Ma Loew è molto di più. E' un maestro di vita, uno che guarda avanti e non
indietro, uno capace di sintetizzare nel microcosmo di una squadra di calcio,
con maggiore efficacia, il crogiolo di etnie presenti nella società tedesca.
Incline a raccogliere il valore aggiunto di un popolo che mescolando capacità ed
esperienze diverse ha trovato il modo di crescere nel calcio. Un processo
iniziato da un pezzo e che sta dando i suoi frutti ora. Undici giocatori
convocati dal doppio passaporto, di cui sette figli di una Germania che sentono
propria nel sangue e nell'orgoglio: Aogo, Boateng, Tasci, Khedira, Ozil, Marin e
Gomez, una nidiata di giovani campioni accostata ai naturalizzati tedeschi
Klose, Podolski, Trochowski e Cacau. Età media di 24,96 anni, corsa, qualità,
voglia di sacrificarsi e disciplina tattica. Tanti piccoli Balotelli: un compito
arduo farli coesistere tutti e undici per chi guarda da questa parte delle Alpi.
Super Mario avrebbe potuto infastidire la sonnolenta quiete degli Azzurri. Un
teorema che dimostra l'inconsistenza anche di chi, tanto per citare il più
calzante degli esempi, della Francia ha palesato limiti di incompatibilità di
uomini provenienti da culture diverse, senza pensare nemmeno per un attimo che
il problema fosse altrove: di natura tecnica, di scelte o di atteggiamento.
Loew ha cambiato la mentalità dei Panzer legando a filo doppio la concretezza
del calcio tedesco al talento delle nuove generazioni. Una convinzione maturata
nelle sue esperienze da allenatore nello Stoccarda, nel Fenerbahce, nel
Kalsruhe, nel Tirol Innsbruck e nell'Austria Vienna. Nel suo dinamico 4-4-2
trovano posto almeno quattro uomini offensivi (Ozil, Klose, Podolski e Muller) e
Schweinsteiger che un mediano proprio non è. Una manovra ragionata, un gioco
fluido e di ampio respiro sfruttando le fasce con Boateng e il capitano Lahm,
una difesa arcigna e un portiere, Neuer, tra i più promettenti d'Europa,
completano il quadro da incorniciare con un successo importante.
Il basso
profilo, perseguito da Loew a Sudafrica 2010, non è soltanto un modo di essere,
ma anche una tattica vincente. Joachim il duro insegna, per il momento i
risultati gli danno ragione.
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