07 luglio 2009

Il nostro inviato Titta che bevve la vita a gogò

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La copertina dell'antologia degli articoli di Titta Pasinetti

Esce un'antologia degli articoli più belli di Titta Pasinetti a sei anni dalla sua morte, a soli 50 anni. Dal ciclismo al festival di Sanremo, storia privata e parabola professionale di un cronista cronico indimenticabile e dal fascino irresistibile. FOTO

di PAOLO PAGANI

Io l’ho conosciuto tardi, nel ’94 a un Tour de France . Faceva danni su una Saab nera. Simbolo del suo girovagare matto, ma matto per davvero. Per dire: eravamo a Periguex , nel Perigord, per una crono poi vinta da Miguel Indurain (arrivo a Bergerac) . Finito il lavoro in sala stampa, lui fa: “Vabbè, oh: ragazzi, io vado a Megéve . Devo prendere una, ci vediamo domani sera…”. Doveva “prendere una” in Alta Savoia, qualche centinaio di km da lì. Dopo averne macinati qualche altro centinaio, in giornata, ovviamente nella direzione opposta. Solo, in quella macchina attrezzata per scorrerie erotico-giornalistiche che era un prolungamento dell’Ego, perché non c’era un cane sano di mente che accettasse di fargli da compagno di equipaggio, al Giro o al Tour, per tre settimane di fila. “Col Titta? Ma voi siete suonati…”.

Aveva perfettamente ragione Cristiano Gatti , bergamasco doc come il Titta e come il Titta inviato de Il Giornale quando scriveva: “Titta è in giro, da qualche parte” in un pezzo pieno d’amicizia vera del 13 aprile 2003, ora riprodotto come introduzione a un libro commovente e bello: Dal nostro inviato (a cura di Antonella Antonello, pag 183, € 12, Edizione Biblioteca dell’Immagine ). Il 12 aprile, un giorno prima di quell’articolo di Cristiano, Giambattista “Titta” Pasinetti (1952-2003) se n’era andato per sempre. Senza Saab stavolta, battuto al tie-break, dopo un match accanito, da un avversario molto, ma molto più disonesto di lui. Un tumore a 50 anni. Anche se il Titta ne dimostrava dieci meno, siamo sinceri. E dovevate esserci anche voi a Bergamo Alta, a quel funerale lì, per vedere quante signore lacrimavano per quella canaglia tenerissima.

Ha ancora ragione lui, sempre il Gatti, in un pezzo del 29 giugno scorso che vuole raccomandare (giustamente) questo volumetto curato con grandissimo amore da Antonella Antonello: “Titta era uno di noi. In un certo senso, in un certo modo, lo è ancora. Qui al Giornale molti colleghi del terzo piano sono inconsciamente convinti che sia al quarto. Quelli del quarto, che sia al quinto. Quelli del quinto, che sia al terzo”. Inafferrabile, imprendibile, travolgente, spensierato, pazzo, bravissimo a scrivere, bravissimo a fornire un titolo in redazione o a trovare una “chiave” a un pezzo, naturalmente seducente e seduttore, pieno di fidanzate bionde & brune da tutte le parti. Beveva a sorsate golose la vita che se l’è bevuto un po’ troppo presto. Ed è bello ricordarlo di questi giorni che c’è il Tour de France. Dove lui era il Re. Un panino in braghe corte e ciuffo in resta, un casello d’autostrada preso in quarta, un relais-chateaux con la Bella di turno e voilà, avanti la prossima.

Invidiatissimo dai suiveurs sfigati, antipatico ai gretti. E quanti capiredattori avrà mai tirato scemi e fatto uscire di cotenna? Mai puntuale, mai, la puntualità essendo non virtù, per lui, ma forse magagna impiegatizia… Ma non apposta, ma va, quel meraviglioso troglodita di un Titta era progettato sul serio così, questione di software originale. E allora, nella classifica avulsa, alla fine dei conti, erano il 95% quelli che lo amavano perdutamente, come si può amare, da giovani, un moschettiere di Dumas.

Gli eroi son tutti giovani e belli, secondo Guccini. E quelli che se ne vanno presto, rapìti dal destino, sono cari agli dei secondo quel che t’insegnano al liceo. Titta stava comodo in entrambe le categorie, per questo fa effetto rileggerlo adesso in questa miscellanea scelta di articoli. Cronaca, italiana e di Milano; costume, festival di Sanremo, naturalmente il ciclismo, il suo Sport; ma anche il calcio, come un faccia a faccia celebre con Osvaldo Bagnoli, l’allenatore plebeo della Bovisa; e poi Universiadi, doping, ecetera eccetera. Quanti argomenti. Senza dimenticare certe idee private strambe, tipo quella di voler aprire un chiosco di braccialetti hippye dopo una vacanza a Ibiza (lo ricordano nel libro gli amici di una vita, breve ma intensa assai, Marco Brizzi e Gigi Riva). 

Imperdibile l’ultimo scritto, metafora di una vita combattuta a petto in fuori. E’ il 14 novembre 2002 e il Titta, sul suo Giornale , scrive il suo addio sotto forma di lettera al direttore, titolata “Quei falsi miracoli nella lotta contro il cancro”. Si firma Giambattista, non più Titta. Ma rimane un grande giornalista. Che malinconia. Dove lo ritrovi, oggi, un troglodita coraggioso come lui?

LA RASSEGNA DI SKY SPORT 24 RICORDA TITTA

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