20 novembre 2009

Quel discusso assalto al K2, il giorno più lungo

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La via verso la vetta del K2 nella famosa scalata del 1954. Chi arrivò per primo? Compagnoni o Lacedelli?

Con la morte di Lino Lacedelli si fanno remote le possibilità di risolvere uno dei grandi misteri dell'alpinismo moderno, ovvero chi tra lui e Compagnoni arrivò per primo in vetta. Il caso di Walter Bonatti, uno scandalo finito solo nel 2008

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Con la morte di Lino Lacedelli si fanno remote le possibilità di risolvere uno dei grandi misteri dell'alpinismo moderno, ovvero chi tra lui e Compagnoni, scomparso nel maggio scorso, arrivò per primo sulla vetta del K2, 8.611 metri, la seconda montagna più alta della Terra. Entrambi gli alpinisti in quasi mezzo secolo di interviste, libri e relazioni hanno glissato sulla questione: "Siamo arrivati insieme", erano soliti dire.

I due conquistatori del K2 - il 31 luglio del 1954 - hanno a lungo conservato anche il segreto sul ruolo di Walter Bonatti nell'impresa. Compagnoni non cambiò mai versione rispetto a quella ufficiale pubblicata all'indomani della scalata e avallata dal capospedizione, Ardito Desio. Lacedelli raccontò la sua verità definitiva nel 2004 attraverso il libro 'K2: il prezzo della sconfitta', allineandosi al racconto di Bonatti. La parola fine sulla vicenda l'ha messa il Cai nel 2008, riscrivendo la versione ufficiale.

I fatti risalgono al 30 luglio, giorno prima dell'attacco alla vetta, quando Bonatti e l'hunza Mahdi salirono con le scorte di bombole di ossigeno dal campo 8 ma non riuscirono a trovare il campo 9, dove erano sistemati Compagnoni e Lacedelli. La tenda era stata posta più in alto di quanto concordato la sera prima ("Per facilitare la salita in vetta", dissero i due). Bloccati dal buio in alta quota, Bonatti e Mahdi trascorsero una notte all'addiaccio, su un gradino di ghiaccio in mezzo a un ripido canalone, senza tenda né sacco a pelo, a oltre 8.000 metri di quota. Mahdi riportò gravi congelamenti che determinarono l'amputazione di tutte le dita dei piedi.

L'episodio fu all'origine di un'accesa polemica, anche con risvolti giudiziari, che che durò oltre 50 anni. La tesi che l'ossigeno era terminato prima di raggiungere la cima - come sostenuto da Desio e Compagnoni - è stata smentita in base ad alcune foto di vetta. Tale circostanza dimostra che Compagnoni e Lacedelli avevano respirato dalle bombole per almeno 9 ore e 45 minuti, vale a dire le bombole avevano praticamente piena carica.

I due erano partiti per l'attacco alla vetta non prima delle 8,30 (loro dissero alle 4,30) dal luogo del forzato bivacco notturno di Bonatti e Mahdi dove avevano recuperato le bombole lasciate in bella vista e scoperte dalla neve. Risulta pertanto così completamente confermata la versione di Bonatti, che invece era stato accusato di essersi ostinato a bivaccare all'aperto - forse per avere una chance di tentare la vetta -, di aver respirato l'ossigeno dalle bombole destinate a Compagnoni e Lacedelli, e di aver abbandonato l'hunza Mahdi.

Mezzo secolo dopo la conquista del K2, a quasi 80 anni d'età, Lino Lacedelli era tornato nel 2004 ai piedi della montagna partecipando ad una spedizione commemorativa organizzata dagli 'Scoiattoli' di Cortina. Il forte alpinista cortinese aveva affrontato un trekking di 130 km per arrivare al campo base del K2, e salutare la tomba di Mario Puchoz, morto nella spedizione del 1954.

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