21 febbraio 2011

Moro, un normalissimo superuomo con la febbre a Ottomila

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L'INTERVISTA. Primo a scalare d'inverno gli 8.035 m del Gasherbrum II, in Pakistan, consultando esperti meteo in Austria via satellite e nutrendosi di polenta e spezzatino. Prossima meta il Nanga Parbat: "Il K2? Rinviato per un brutto sogno". FOTO E VIDEO

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di ALFREDO ALBERICO

Se vostra moglie non tollera più quella maledetta partita a calcetto che vi trascina "lontano" da casa almeno una volta a settimana, se vostro marito sbuffa per le uscite a base di shopping con le amiche, allora Simone Moro è la soluzione ai vostri problemi. Nessuno scambio di coppia in programma, beninteso, Moro è l'alpinista (estremo) italiano autore di un'impresa storica: è stato il primo a scalare d'inverno gli 8.035 metri del Gasherbrum II, in Pakistan, la tredicesima montagna più alta del pianeta. Sarà lui a spiegarvi cosa vuol dire seguire una passione e staccarsi dagli affetti più cari per lunghi periodi. Quando lo abbiamo incontrato a Milano, in uno degli appuntamenti organizzati per raccontare la sua avventura, a colpire è stata soprattutto la straordinaria normalità del personaggio. Bergamasco di 44 anni, fisico asciutto e occhiali, "mica un supereroe", come lui stesso tiene subito a precisare.

Sarà, ma non è da tutti fare quello che ha fatto lei. Cosa si prova quando si arriva in cima?

"Sono stato lassù 10 minuti. Una goduria pazzesca".

Ma sono dieci minuti conquistati a caro prezzo…
"I calcoli sono presto fatti. Dal 1992 ad oggi le mie spedizioni sono state 44, ognuna è durata almeno due mesi. In totale sono stato via dall'Italia per circa 4 anni, ma non ho mai avuto il problema di sentirmi libero di partire. Non credo che mia moglie condivida fino in fondo tutto questo, ma lo accetta. E così i nostri due figli, ai quali spero di aver insegnato a sognare".

La tecnologia oggi permette di mantenere contatti. Quanto conta?
"E' importante. Quella satellitare ci ha aiutato a salire in cima al Gasherbrum II. Sentivamo spesso l'esperto meteo in Austria: è grazie a lui che abbiamo individuato i giorni di tregua dal maltempo per andare su. D’altra parte la tecnologia rischia di abbattere quel romantico isolamento che ogni esploratore porta sempre con sé. Resta la montagna da scalare, restano l'imprevedibiltà e il rischio dell'esplorazione".

Come la valanga che ha travolto lei Denis Urubzo e Cory Richards, durante la discesa del G2. Che rapporto ha con la paura e la fede?
"La paura è un'alleata. Quella valanga ci ha trascinato a valle per 150 metri. E' stato un momento in cui mi sono attaccato alla fede e alla fortuna. Sono stato assistito da entrambe. Oggi racconto questa cosa come una metafora della vita: la montagna mi ha permesso di salire fin su, ma mi ha fatto capire che è sempre la più forte".

La rincorsa al G2 è partita da lontano.
"Ci sono stati tentativi falliti sul Broad Peak che mi hanno motivato. Lì  ho capito che gli 8.000 metri d'inverno erano possibili aggiustando qualcosa, con un po' di fortuna e con il team giusto. Broad Peak resta un obiettivo, la prossima sfida però potrebbe portarmi sul Nanga Paraba".

La chiamano la "montagna killer", non aveva annunciato una spedizione sul K2?

"Sì, ma sul K2 c'è un altro gruppo e non voglio diventi una gara. I record non mi interessano, far tornare la voglia di esplorare sì. C'è anche un altro motivo…".

Quale?
"Mia moglie ha sognato che da quella montagna non avrei fatto ritorno".

Eppure lei è considerato l’alpinista che più si affida alla tattica e alla scienza nelle scalate
.
"Ho analizzato le spedizioni che non erano riuscite nella scalata al G2. Essendo tutti bravi alpinisti ho capito che occorreva concentrarsi sul meccanismo e sul meteo. Nulla di nuovo, lo hanno fatto anche i grandi del passato. Più che una rivoluzione ho rievocato un approccio analitico serio che era stato messo da parte".

Cosa si mangia a 50 gradi sotto zero?
"Cucina italiana! Niente scatolette e cose simili, ma alimenti precotti. Polenta e spezzatino fatti da mia moglie. Non mancano scaglie di grana e olio, anche se scongelarlo non è facile. Tutto in buste sottovuoto, come già i grandi maestri polacchi avevano sperimentato".

Ci tolga una curiosità: vi muovete legati ad una corda, ma per andare in bagno?
"Le tute sono dotate di cerniere dove necessario... Bisogna fare attenzione a non riempire i moschettoni. Magari per le donne, tutte alpiniste fantastiche, è un po' più complicato. Comunque ci si ferma e gli altri fanno finta di osservare il panorama circostante. Sa qual è il vero dramma? Quando sei al caldo nel sacco a pelo e ti scappa...".

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