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26 agosto 2013

Tyson, l'uomo senza freni salvato dalla boxe

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MARIO GIAMBUZZI ripercorre le tappe della vita del pugile americano che sta pagando gli eccessi di alcol e droga. Da piccolo lo chiamavano “la fatina” per via della voce sottile e del carattere remissivo. Poi qualcuno gli toccò i suoi amati piccioni...

di MARIO GIAMBUZZI

Quando nel 1983 Vasco Rossi canta “Voglio una vita spericolata”, il 17enne Mike Tyson ce l’ha già, una vita piena di eccessi. Nato a Brownsville, uno dei quartieri più violenti e pericolosi di Brooklyn, New York, cresce senza padre e con la mamma alcolizzata. Da ragazzino, nonostante un fisico impressionante, è per tutti “la fatina”: la voce sottile e il carattere remissivo ne fanno lo zimbello dei bulli della zona.

Mike è felice solo con gli amati piccioni che alleva con affetto. Quando gliene uccidono uno per dispetto, tutto cambia: da vittima si scopre carnefice, i suoi pugni vendicano le angherie subite, diventa presto il terrore del quartiere. A 12 anni ha già alle spalle una trentina di arresti per furti, scippi, rapine, risse… Entra ed esce dai riformatori continuamente, ma la boxe lo salva da una fine ancora peggiore.

Un secondino lo presenta a Cus D’amato, un famoso allenatore che capisce di aver di fronte un possibile campione. D’amato lo prende con sé, gli insegna la tecnica, incanala la spaventosa violenza di Tyson nei giusti binari, arriva addirittura ad adottarlo. È il periodo più felice della vita di Mike: finalmente qualcuno si preoccupa per lui. Sul ring è una furia, gli insegnamenti di D’amato si rivelano preziosi. Mike passa professionista e distrugge un avversario dopo l’altro. La morte di D’amato, però, è l’ennesima tragedia della sua giovane, drammatica vita. Rimasto ancora una volta solo, senza l’unica persona in grado di controllarlo, Tyson è di nuovo preda dei propri istinti, preziosi sul ring, distruttivi nella vita di tutti i giorni.

A 20 anni diventa il più giovane campione dei massimi della storia, sale sul quadrato come un gladiatore, gli avversari ne sono letteralmente terrorizzati. Conquista tutte le corone mondiali, unificando il titolo, guadagna borse milionarie, guidato dal promoter Don King. È uno degli sportivi più ricchi e famosi, ma senza veri amici al proprio fianco è anche un uomo senza freni, incapace di controllare la violenza che lo divora. Tyson non fa più vita da atleta: sesso, alcol e droga riempiono le sue giornate. È l’inizio della fine.

Sul ring perde il titolo dei massimi nel ’90, contro Buster Douglas, la più grande sorpresa della storia della boxe. Fuori dal ring invece riesce davvero ad essere un campione nel cacciarsi nei guai. Accusato di aver stuprato la reginetta di bellezza Desirée Washington, passa 3 anni in galera. Torna libero nel ‘95, dopo esser diventato musulmano in carcere. A quasi 30 anni riconquista il titolo dei massimi, ma non è più il pugile di una volta, e i due incontri persi contro Evander Holyfield lo dimostrano drammaticamente. Passano alla storia i morsi con i quali Tyson ferisce le orecchie del rivale. Fuori dal ring, intanto, i problemi non diminuiscono, anzi… il rapporto con le donne è sempre burrascoso, una rissa lo riporta dietro le sbarre per cinque mesi; le sue finanze, nonostante i mostruosi guadagni, sono disastrate.

L’ultimo grande match lo vede finire ko nel 2002 contro Lennox Lewis, l’immagine di Tyson, steso sul quadrato, fa il giro del mondo. Lì, in pratica, si chiude la carriera di uno dei pugili più amati ma anche odiati della storia, un personaggio discusso che per circa vent’anni ha diviso l’opinione pubblica. Mike Tyson, da ex atleta, cerca di rifarsi una vita, recita a Broadway, si concede ad interviste in giro per il mondo, sempre alla ricerca di possibili guadagni. La sua vita tragica deve conoscere un altro, terribile dolore, la morte accidentale della figlioletta Exodus di soli 4 anni.

Ora la confessione della dipendenza da alcol e stupefacenti, forse fatta anche per lanciare la nuova carriera da promoter. Tutto sommato, l’ennesima triste pagina di una vita di eccessi, una vita comunque condizionata dal pugilato, che ancora una volta, seppur in maniera parziale, ha svolto un’opera di recupero importante. Mike Tyson stesso ha più volte ricordato che senza la boxe, sarebbe finito come i suoi amici d’infanzia, morti ammazzati o in carcere da assassini.

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