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19 febbraio 2009

Le memorabili imprese delle staffette 4x10 km

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Roberto della Torre (Sciare Magazine)

ROBERTO DELLA TORRE (Sciare Magazine) rivive gli storici ori olimpici a Lillehammer '94 e Pragelato '06. Dopo 12 anni l'Italia torna sul tetto del mondo. De Zolt, Albarello, Vanzetta, Fauner passano il testimone a Di Centa, Piller Cottrer, Zorzi, Valbusa

di ROBERTO DELLA TORRE
(Sciare Magazine)

Dodici anni dopo, quasi una passeggiata? Nel 1994, a Lillehammer, l’Italia del fondo aveva toccato lo zenith della sua epopea nel silenzio allibito di centomila vikinghi ammutoliti davanti al rush vincente di Silvio Fauner su Bjorn Daehlje a conclusione di un duello allo spasimo. Nel 2006, anche la bella neve che cadeva su Pragelato Plan sembrava sorridere a quel ricordo accompagnando il goduto caracollare di Christian Zorzi verso il traguardo del secondo oro olimpico della staffetta maschile italiana nella storia del fondo. Solo, indisturbato, trionfante, il tricolore infilato nel pettorale, «Zorro» si concedeva perfino una gag da stadio calcistico dopo un gol, con il dito indice sul naso: ssst, silenzio tutti, siamo noi i più forti! E invece, insieme alla neve cadente, un boato tricolore avvolgeva lui e l’ennesima medaglia pesante di questo fondo italiano (donne comprese) che in vent’anni (dal 1985, Mondiali di Seefeld) non ha tradito mai salvo due sole eccezioni (Lahti 1989, Val di Fiemme 2003) l’appuntamento con le medaglie. Dodici anni dopo, era tutta un’altra storia.

A Lillehammer la vittoria di Maurilio De Zolt, Marco Albarello, Giorgio Vanzetta e Silvio Fauner era apparsa come l’impresa impossibile, la profanazione del tempio, l’impensabile eresia, un evento enorme enfatizzato nella sua estrema tensione da quel finale thrilling all’ultimo respiro. Maurilio De Zolt, il pompiere più incendiario del mondo, il bucaniere che ha trascinato la zattera italiana del fondo fino a farla competere con le portaerei nordiche e sovietiche, aveva retto il lancio con il coltello tra i denti. Il furente trottignare con cui ha costruito la propria leggenda portava i suoi 43 anni a controllare due fenomeni dell’alternato come Sture Sivertsen e Mika Myllyla fino a limitare il distacco a soli 8 secondi e a racchiudere fin da subito la sfida tra noi, la Norvegia e la Finlandia. Marco Albarello, il più “nordico” degli italiani, acchiappava Vegard Ulvang e Harri Kirvesnimi e ci faceva a bacchettate senza perdere un millimetro; Giorgio Vanzetta distendeva il suo skating che era un passo di danza e reggeva il forcing di Thomas Alsgaard facendo opera di lucido killeraggio su Jary Rasanen.

La grande sfida diventava un duello: Bjorn Daehlie, il monarca vikingo, forse il più grande di sempre, contro Silvio Fauner, il cucciolo di Sappada cresciuto tra i Camosci sulle code del saggio Eliseo Sartor, l’erede designato che avrebbe dovuto traghettare nel futuro la riscossa azzurra degli sci stretti accesa dal «grande vecchio» di Presenaio di Cadore negli anni Ottanta. Testa a testa, la Norvegia dei padri e dei miti contro l’Italia con i piedi a mollo nel Mediterraneo, l’Italia capace di costruire una fortezza sulle fondamenta di sabbia di un movimento di base perennemente bambino. Studiarsi, annusarsi per dieci chilometri, senza perdere  e senza perdersi, fino al momento fatidico: chi spara per primo? Fauner nell’ultima curva ha tenuto la corsia interna  entrando nello stadio che era una bolgia di suoni e di colori. Il rettilineo finale fu uno spasmo, il cucciolo più vistosamente dinamico nel doppio passo con spinta dello skating; il monarca arrancante; il cucciolo che vince, vince con un saltello di gioia; il monarca a terra in un silenzio di cristallo, attonito, incredulo, seguito subito dopo da applauso che è stato un inno di civiltà sportiva. Avremo sempre negli occhi e nel cuore quei momenti, quei colori e quei rumori.

Dodici anni dopo è stato diverso. Quando è finita la 4X10 olimpica di Torino 2006 Fulvio Valbusa, Giorgio Di Centa, Pietro Piller Cottrer e Christian Zorzi, gli eredi e i continuatori dei grandi di allora, sembravano reduci da una passeggiata, da un dominio assoluto, esaltante, perfino imprevedibile per l’intensità con cui si è espresso e francamente imbarazzante per chi l’ha subito. Non è stato così facile, ovviamente, visto che 10 km tirati sulla neve cadente non sono mai noccioline. Il fatto è che ognuno dei quattro ha recitato la sua parte con una perfezione tale da rendere il copione quasi scontato. Fulvio Valbusa, 37 anni, all’ultima grande rappresentazione della sua carriera, con la tecnica classica che altre volte aveva tradito lui e la squadra ha messo il primo solido mattone al monumento d’oro con una frazione di lancio scossa dal norvegese Svartedal. Nella seconda frazione comincia a nevicare. Giorgio Di Centa è una piccola quercia di inattaccabile solidità nel controllo di una scena in cui Odd Bjorn Hjelmeseth non fa molto per cercare il break e consente il rientro di Russia, Repubblica Ceca, Francia.

Poi, nella terza frazione, sale in cattedra Pietro Piller Cottrer. Peter Pan assaggia subito le sue vittime con una prima sparata. Sembra il gattone spietato che aspetti il momento più opportuno per azzannare i topolini. Massimo interprete dello skating, scatena il suo passo di danza con virtuosistica padronanza  atletica e stilistica modulandolo a piacimento in intensità e vigore. I suoi strappi sulla Salita del Lupo fanno male. Al terzo, la vittima più illustre è Frode Estil. Il crollo verticale del vikingo è il sigillo più vistoso alla débacle norvegese nelle Olimpiadi italiane. L’unico che regge le sfuriate di Pillerino è Anders Södergren. All’ultimo scollinamento prima dello stadio i due si scollano dalle code Germania e Cekia. Estil e la Norvegia precipitano a 37” come una qualsiasi nazione comprimaria: non è proprio come dodici anni prima, è tutta un’altra storia. Terzo e ultimo cambio: prima Italia, 2a Svezia (Mathias Fredriksson) a 5”6, Cekia (Kozisek) e 3a Germania (Tobias Angerer) a 19”.

Che cosa fa Christian Zorzi? Li aspetterà per non spremersi troppo subito e giocare la volata finale.? Macché! Christian Zorzi, lo spadaccino degli arrivi al fotofinish, l’ultimo virgulto medagliato della nostra epopea, il campione italiano più intonato al quadro «sprintoso» del nuovo fondo contemporaneo non aspetta nessuno. Eccolo lì lo Zorzi che non t’aspetti: mette la quarta su una velocità di crociera che i suoi presunti segugi, dietro, non riescono neanche a sostenere. Zorzi guadagna (13”4 ai 2,6 km), guadagna (27” ai 5 km), guadagna (31”5 ai 6 km). È fatta! Oggi, 19 febbraio 2006, niente sprint, niente duello con la Norvegia come a Lillehammer (vinto), come a Nagano e a Salt Lake City (perso). Oggi la Norvegia è un fantasma disperso  a oltre un minuto e l’Italia è padrona, dodici anni dopo, del Grande Fondo.

Roberto Della Torre

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