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08 ottobre 2008

Spagna, addio degli sponsor causa crisi economica

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Raul esulta: il Real è uno dei pochi club spagnoli in grado di fronteggiare la crisi

L'incertezza finanziaria ha fatto sì che sei squadre di prima divisione cominciassero il campionato senza sponsor. Racing di Santander, Almeria, Betis, Deportivo de La Coruna, Malaga e Maiorca hanno infatti le magliette immacolate

Lo tsunami che si è abbattuto sui mercati finanziari mondiali, che ha già avuto pesanti conseguenze sulla Premier League inglese, inevitabilmente sta avendo riflessi anche sulla Liga spagnola. L'incertezza finanziaria che persiste, nonostante le misure adottate dal governo Zapatero, ha fatto sì che sei squadre di prima divisione cominciassero il campionato senza sponsor.

Racing di Santander, Almeria, Betis, Deportivo de La Coruna, Malaga e Maiorca hanno infatti le magliette immacolate, mentre il Valencia un mese fa ha denunciato pubblicamente il suo patrocinatore 'Valencia Expirience', perché non gli aveva pagato i 6 milioni di euro previsti nel contratto sottoscritto a maggio. Il Real Madrid, il Siviglia e l'Espanyol hanno fatto di necessità virtù e hanno optato per firmare contratti con agenzie di scommesse, che non saranno certo gli sponsor più ortodossi per una squadra di calcio, ma almeno sono i più solventi. Sono infatti molti i patrocinatori che si stanno ritirando a causa della crisi che, come effetto immediato, provoca una riduzione delle spese di pubblicità.

Al di là delle sponsorizzazioni, è stata la crisi immobiliare, che in Spagna ha anticipato di alcuni mesi la tempesta sui mercati finanziari internazionali, a produrre pesanti ripercussioni, dato che fino a poco tempo fa gli immobiliaristi erano i signori e padroni della Liga spagnola. Dopo l'acquisto del Manchester City da parte dei fondi di arabi dello sceicco Mansour bin Zayed al Nahyan, la domanda che tutti si fanno è: puo' arrivare la Spagna al modello inglese?

Il Racing e l'Alaves sono state le prime quadre a finire in tempi non sospetti in mani straniere. Con la crisi, il tentativo più simile allo sbarco degli Emirati arabi in Gran Bretagna è stato quello di Paul Davidson, l'imprenditore britannico specializzato nella vendita di oleodotti ai Paesi arabi, atterrato nella baia di Palma di Maiorca. Piterman è arrivato sulle ceneri provocate dal crollo del mattone, che ha presentato il conto a giganti del settore immobiliare come Astroc, Colonial, Llanera e Habitat, ma anche a medie imprese di ambito regionale, fra le quali il gruppo maiorchino Drac.

Fra le 14 società appartenenti al gruppo che fa capo all'imprenditore Vicent Grande - che nell'estate scorsa ha dichiarato un concorso volontario di creditori, a causa di un passivo dichiarato di 600 milioni di euro - c'è Binipuntirò, la società titolare del 93% delle azioni del Maiorca Futbal Club. Il risultato? Un futuro fatto di incertezza, con una società in amministrazione giudiziaria. Ma Davidson, che è riuscito a precedere nell'offerta, stimata in 40 milioni di euro, il proprietario di Red Bull, un investitore russo e vari fondi di investimento arabi, secondo i bene informati starebbe aspettando che si esauriscano i termini previsti dal concorso di creditori per proclamarsi proprietario ufficiale del Maiorca.

E ha già pronta una holding di produttori di tubi in PVC, di cui la squadra di calcio sarà il principale veicolo di promozione. Ai vertici delle grandi società, che gestiscono le principali squadre della Liga, assicurano però che il 'modello inglese' non è importabile. La ragione? "La vicinanza e l'identificazione con il club, che sono valori pretesi dalla gran parte dei presidenti delle società". Detto in altro modo, non si immagina un presidente dell'Athletic che non parli basco o uno del Barça che non sappia difendere la catalanità della frase 'mes que un club' (più di un club) o un proprietario del Valencia che non parli valenciano.

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