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29 ottobre 2008

Impossibile trovare un argentino contrario a Diego

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Maradona simbolo e condottiero della Nazionale. Una scelta che, alla lunga, potrebbe portare a due soli risultati: boomerang dolorosissimo oppure clamoroso e positivo colpo di scena. Ecco perché un Paese intero lo adora e lo bramava

di AUGUSTO DE BARTOLO

Ventidue anni sono passati da quella storica finale, ventiquattro da quella presunta, ipotizzata, sperata di Sudafrica 2010, traguardo primario della nuova era albiceleste. Ricordi per nulla sbiaditi dal tempo, Inghilterra prima, Germania poi, la mano de Dios ad esaltare il genio e quel gol così perfetto da annientare la storia precedente e quella successiva. Una mano quantomai opportuna chiesta da Julio Grondona, presidente dell'Afa, in uno dei momenti di maggiore disaffezione del popolo argentino verso l'amata seleccion a Diego Armando Maradona. Un'operazione di marketing calcistico mai più tempestiva per ricreare (sebbene informalmente) con Carlos Bilardo la coppia mundial e quel clima che permise all'Argentina, di salire, per l'ultima volta in cima al mondo a Messico '86.

Un espediente che, forse, getta consapevolmente fumo negli occhi, perché i tempi sono cambiati e l'uno, il "tecnico mundial" ci sarà ma nelle esclusive e inconsuete vesti di manager, mentre l'altro, el Pibe che fu, preso a tenaglia in un mix insostenibile di impegni di beneficenza, meeting pseudo-politici, qualche apparizione in video e capatine dagli amici di una volta, una vera e propria esperienza in panchina non ce l'ha affatto. Poche partite alla guida di Mandiyù e Racing e il vuoto successivo lo collocano decisamente nella categoria dei tecnici inesperti, s'intenda non per questo incapaci. Innegabili le sue qualità di leadership, il suo carisma contagioso, adombrante, considerato, probabilmente, dal (poco-molto?) lungimirante Grondona l'arma vincente per ricompattare le fila in campo e fuori e, soprattutto, per convincere la gente che questa sia la mossa giusta.

Impossibile trovare un argentino che si opponga a una scelta che, alla lunga, potrebbe portare a due soli risultati: boomerang dolorosissimo oppure clamoroso e positivo colpo di scena. L'ardua sentenza, come si è soliti dire, spetterà soltanto a un campo che, inevitabilmente, questa volta e, se sarà, per il futuro, si restringerà fino a rimpicciolirsi a quell'area tecnica senza spazio e senza porte che sa tanto di prigionia a guardia del genio non più da esprimere su un rettangolo verde, bensì da trasmettere ai vari Riquelme, Aguero, Tevez o Messi, non certo a ragazzini di primo pelo pronti all'obbedienza assoluta. Compito tutt'altro che semplice, sfida affascinante, scommessa da prendere o lasciare.

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