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20 febbraio 2009

Capello: "Con Becks sbagliai a Madrid. Ronie il più grande"

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Fabio Capello ammette gli errori con Beckham in passato ma per il tecnico dell'Inghilterra il più grande è stato Ronaldo

INTERVISTA ESCLUSIVA al tecnico dell'Inghilterra che ripercorre la sua carriera. "Non ho mai pensato a diventare un grande allenatore ma soltanto a vincere". Su Del Piero: "Un grande professionista". Il pallino è Ibra: "Lavora sempre per migliorarsi"

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E' uno degli allenatori più vincenti del calcio. Spera di conquistare altri trofei alla guida dell'Inghilterra. Fabio Capello ripercorre a "Permette Signora" le principali fasi della sua carriera di tecnico.

Quando hai capito che saresti diventato uno dei più grandi allenatori della storia del calcio mondiale?

"Non l'ho mai capito. Ho sempre cercato di fare bene il mio lavoro, di far giocare le mie squadre per ottenere dei risultati. Ho avuto la fortuna di allenare squadre importanti che mi hanno permesso di vincere, però, il mio primo obiettivo non era quello di diventare uno dei più grandi allenatori del mondo. La mia ambizione era quella di far vincere le squadre che allenavo". 

A chi ti sei ispirato nel modo di allenare?

"Mi sono ispirato a tre grandi allenatori: Giambattista Fabbri, che ho avuto nelle giovanili: mi ha insegnato a stare in campo e mi ha sempre dato molta fiducia. Poi Helenio Herrera, da cui ho imparato il 70% del mio mestiere. E' stato un grandissimo per il suo furore agonistico e la sua attenzione in tutte le cose. Infine, Nils Liedolhm, che mi ha insegnato che, tecnicamente, si può sempre migliorare, a tutte le età. Ho portato tutte queste esperienze nel mio modo di allenare".

La prima volta che ti hanno offerto una panchina fu subito Milan?
"Non proprio. Berlusconi mi offrì la panchina del Milan anche nel periodo di Liedolhm ma io non accettai perché avevo troppo rispetto di Liedolhm e quindi non avrei mai spinto per prendere il suo posto. Poi, Berlusconi mi richiamò dopo qualche tempo e dopo aver fatto una bella gavetta: dagli Allievi alla Primavera del Milan. Avevo anche fatto il secondo di Liedolhm, per un anno. Non sono andato all’Università prima di passare dalle medie e dal liceo".

Qual era il segreto di quel grande Milan?

"Grandi giocatori, bravi individualmente e come gruppo. Era una squadra difficilmente battibile perché c’erano dei valori tecnici, tattici e psicologici importanti".

3 finali di Champions League di cui una sola vinta, contro il Barcellona, in cui partivate sfavoriti

"Sì, loro si allenarono dopo di noi ed erano molto tranquilli. Si allenarono tanto per perdere tempo, senza pensare alla partita del giorno dopo. Invece noi avevamo rabbia in corpo perché tutti ci davano per sconfitti e invece non ci fu partita. Nelle altre due finali, invece, purtroppo arrivammo con una squadra a pezzi e ci mancavano i giocatori migliori. Nella prima, fummo sconfitti a Marsiglia con degli strascichi giudiziari contro l’arbitro, anche se la perdemmo sul campo. Subimmo un gol stupido e il migliore in campo fu il loro portiere. Nella finale persa contro l’Ajax, invece, non ci fu partita. Loro erano più forti di noi".

La prima esperienza a Madrid
"Quando arrivai a Madrid per la prima volta ci fu da lavorare e dovetti fare delle scelte un po’ impopolari. C'era Michel, che io non volevo, mentre la stampa sì. E poi il portiere Buyo, che misi da parte, e altri ancora che non mi resero particolarmente popolare. Lavorammo duro, continuammo sulla nostra strada, indovinammo tutti gli acquisti e il più importante fu Roberto Carlos dall’Inter. In quella stagione la squadra favorita era il Barcellona di Figo e Ronaldo, ma noi riuscimmo a vincere perché avevamo molta umiltà. Umili, ma con qualità".

Il breve ritorno al Milan
"Rientrai perché me lo chiese Berlusconi. Fu un errore, però gli dovevo e gli devo tuttora riconoscenza. Mi ritrovai una squadra che non avevo fatto io, era già stata fatta. Ci misi un po' a capirla, però perdemmo la finale di Coppa Italia che ci fu rubata perché ci diedero un rigore contro scandaloso due metri fuori dall’area. E mi mandarono via. Avevo ancora un contratto di tre anni, ma decisero di cambiare. Non arrivammo neanche in Uefa, fu un disastro totale. L'anno dopo, con la squadra che avevo programmato io, vinsero il Campionato".

Il periodo di Roma

"Il ricordo più forte fu l’ultima partita, quando ci fu l’invasione di campo contro il Parma. Il mio terrore era che qualcuno desse un cazzotto a qualche giocatore del Parma. Avremmo perso 2-0 a tavolino e lo Scudetto. Allora entrai in campo cercando di allontanare quelli che erano sul terreno di gioco e riuscimmo a farlo. Quell’immagine mi è rimasta fissa. E poi altri ricordi, brutti e belli. Il fascino unico di questa città e di questo pubblico che ti segue e t'incoraggia. E’ una città meravigliosa, dove però non è facile lavorare, perché da un giorno all’altro passi dall’essere un idolo a essere contestato dopo due sconfitte. Quella squadra è mancata un po' in Europa".

Come verrà ricordato Totti per aver giurato fedeltà alla Roma?
"Merita di essere ricordato come un giocatore storico della Roma per tutto quello che ha fatto e per la sua qualità".

La fase della Juve
"A Torino, a differenza di Roma, dovevo solo allenare perché la Juventus è una società come il Milan dove tutto funziona e dove devi pensare solo al tuo lavoro. Avevo dei giocatori serissimi e disponibilissimi, che il giorno dopo aver vinto un campionato, pensavano già a vincere quello successivo. Questo non avviene a Roma, dove si festeggia un po' troppo a lungo. La Juve è una squadra con una mentalità di lavoro, una serietà e una fame di vittorie difficile da trovare. Anche se a livello internazionale non è la stessa squadra".

Ibrahimovic è sempre stato il tuo chiodo fisso?

"E' un giocatore a cui ho corso dietro, fin dai tempi di Roma. Lo vidi giocare in un'amichevole e come entrò in campo, mi impressionò. E’ un giocatore incredibile per la facilità che ha di stare in campo e di muoversi. Fu l’ultimo colpo grosso della Juventus perché lo pagammo meno di 20 milioni. E’ migliorato tantissimo ed è uno che lavora sempre per migliorarsi. Dopo l’allenamento, rimaneva a calciare e fare degli esercizi individuali. I risultati li vediamo oggi, è un giocatore fondamentale per l’Inter".

Del Piero fece molta panchina nella tua Juventus: può essere che questo lo abbia aiutato a diventare ancora più forte?

"Penso che s’impari sempre. La cosa certa è che Del Piero è un grande campione e un grande professionista. Non sempre potevamo giocare con tre attaccanti, qualche volta uno doveva essere sacrificato. E spesso capitava a Del Piero. Il motivo è molto semplice: Trezeguet è un uomo d’area di rigore e accanto a lui preferivo Ibra a Del Piero per via della sua prestanza fisica che gli permetteva di tenere la palla e di far salire la squadra. Sono campioni indiscutibili tutti e tre. Sono contento per tutto quello che Del Piero sta facendo perché è uno dei più forti giocatori che io abbia mai allenato ed è un grande professionista".

La seconda volta a Madrid è stata speciale

"E' stato il momento più duro della mia carriera: trovai uno spogliatoio allo sbando, ma con tanto talento e qualità, perché un bravo allenatore senza bravi giocatori non può vincere. A Madrid, venivano da due anni e mezzo in cui avevano cambiato cinque allenatori. Io ero il sesto e quindi inizialmente la squadra non mi seguiva. Poi presi delle decisioni molto dure contro alcuni giocatori, dissi al Presidente che non pensavo di essere io il problema, ma che se lui avesse voluto, avrei dato le dimissioni. Non le accettarono e poi, all’improvviso, non so per quale alchimia o perchè capirono che l’aria era cambiata, il gruppo si unì in una maniera incredibile e vincemmo 10 partite su 12. A 12 partite dalla fine, il Barcellona era davanti a noi di diversi punti. Dissi ai giocatori che dovevamo provare a vincere tutte le partite per mettere pressione al Barcellona e vedere se loro sarebbero riusciti a mantenere il distacco. Ogni partita fu come una finale. Vincemmo l’ultima partita in casa contro il Mallorca con Van Nistelrooy infortunato e fu un grande trionfo: raggiungemmo a pari punti il Barcellona in vetta alla classifica e per via degli scontri diretti, vincemmo la Liga".

Ronaldo rimane il giocatore più forte di tutti?
"E' il più forte giocatore che io abbia mai allenato e purtroppo, anche quello che meno si è curato fisicamente. Non si curava e credo che certi infortuni siano dovuti al fatto che sotto certi aspetti non fosse un professionista perfetto".

Beckham, invece, è una delle belle storie di quell'anno…
"Ci fu un momento in cui ebbi una presa di posizione perché lui aveva firmato per i Galaxy e tutti pensammo che non avrebbe avuto più la testa per giocare ancora a Madrid. Volevamo dare un messaggio di serietà al resto della squadra e io lo misi fuori squadra per questo motivo. Lui continuò ad allenarsi con noi e molto seriamente. Lo reintegrai in rosa. Non mi preoccupava la figuraccia che avrei fatto perché nella vita bisogna saper ammettere i propri errori. Anche lui fu quel qualcosa in più che ci fece vincere la Liga".

Nell'eventuale finale del Mondiale 2010 fra Italia e Inghilterra, c'è un giocatore che toglieresti all'Italia
?
"Mi basterebbe arrivarci a quella partita".

E Cassano ci può arrivare?
"Dipende da lui. E' il giocatore italiano con più talento, però deve capire che la competizione non è essere il migliore nella Sampdoria, ma nella Juventus, nel Milan, nel Real Madrid".

E' stato un grande anno sul piano della fiducia per l'Inghilterra?

"Abbiamo fatto dei buoni risultati, più fuori casa che in casa, dove non abbiamo mostrato la stessa qualità. Aspetto con molta curiosità le prossime due partite in casa per valutare meglio la squadra. Quando giocavo io, Wembley era il tempio del calcio dove era quasi impossibile vincere, adesso è diventata terra di conquista. Bisogna far sì che non sia più così".

L'inno l'hai imparato?
"L'inno devono cantarlo gli inglesi. Io lo canto dentro di me perché mi piace, ma non mi sembra serio cantare l'inno di un'altra nazione. Anche se quando lo sento, mi vengono anche i brividi. Però non mi sembra giusto cantarlo perché è un canto degli inglesi".

Cosa ti piace di Londra?
"Avevo sempre desiderato fare un'esperienza calcistica in Inghilterra, ho avuto la fortuna di diventare allenatore della Nazionale. Vivere a Londra è una cosa molto bella".

Un buon piatto inglese?

"Il roast beef. A livello di cucina c'è solo l’imbarazzo della scelta, ci sono tante cucine etniche. Poi i teatri e i musei sono insuperabili".

Come va con l'inglese?

"Ci arrangiamo".

I più difficili da capire chi sono?

"Quelli del nord. Quando si parla di calcio, il vocabolario necessario è abbastanza limitato. Anche quando sono arrivato in Spagna era facile, è quando si esula dal calcio che diventa più difficile". >

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