18 maggio 2009

L'ultimo gioco. Così il calcio inglese ha perso la sua anima

print-icon
cop

la copertina del libro denuncia "The Last Game" fresco di stampa

Lo sostiene uno che di calcio se ne intende per davvero, Jason Cowley, che ha scritto per Simon and Schuster "The Last Game". Salari stellari, capricci da superstar: un'analisi spietata di come uno sport è diventato business e "spettacolo di ballerine"

Ha gli stadi più belli del mondo, ha portato tre squadre su quattro nelle semifinali di Champions League, il suo pubblico si comporta bene e non lancia slogan razzisti ai giocatori di colore. Eppure questo calcio inglese che domina il mondo sarà splendido splendente, ma ha un difetto: è senz'anima. Talmente freddo nella sua quasi perfetta bellezza da far sentire qualche volta il rimpianto per i tempi in cui il pallone era color cuoio, ed aveva una cucitura centrale che a colpire di testa lasciava il segno sulla fronte.

Non è un amarcord, il libro che accusa il calcio inglese, ma un'analisi spietata del passaggio da uno sport pieno delle virtù formative anglosassoni ad uno spettacolo di ballerine di fila. Gambe lunghe, fisici perfetti, tanti soldi e troppi capricci. Addio, Old England, è tutta Cool Britannia. Lo sostiene uno che di calcio se ne intende per davvero, Jason Cowley, che ha scritto per Simon and Schuster "The Last Game".

Cowley scrive per il New Statesman, testata anch'essa storica - e un po' decaduta - dell'altra gloria un po' decaduta d'Inghilterra, il giornalismo. Ha scritto per Granta, ha vinto premi alla carriera grazie alle sue colonne sul Times e sull'Observer. E' considerato uno degli scrittori ed intellettuali emergenti della sua generazione (è del '66, anno in cui l'Inghilterra di Bobby Moore vinceva i mondiali in casa, battendo in finale la Germania Ovest) e, soprattutto, tifa Arsenal. Come un'altra grande firma del mondo letterario britannico, Nick Hornby, che dedicò alla passione di una vita il suo "Febbre a 90°".

La sua, però, non è febbre. E' depressione. Cowley la mette in bocca ad un suo amico, Jon Holmes, ex capo della branca europea dell'Sfx Entertainments (l'agenzia che gestisce tra gli altri David Beckham, Michael Owen e Steven Gerrard). Nella pagina centrale del libro Holmes dice quello che pensa. Ecco: "Tutto ridicolo, tutto questo gioco è ridicolo ormai. Dopo la tragedia dello stadio di Hillsborough pensai che fosse morto, ma poi venne Italia '90. Gli italiani ce la misero tutta, ci fu pathos contro il Camerun, il gol all'ultimo minuto con il Belgio, una semifinale epica contro la Germania. E tutto il paese si fermò per quella partita. Fu così che Sky capì che il calcio poteva ancora fare audience di massa". Fu l'inizio di tutto, o forse la fine.

Fu, di certo, l'inizio dei salari stellari, dei capricci assecondati, della fine del tifo. Proprio così, la fine del tifo. Perché se gli hooligan sono stati espulsi dalle partite che contano ("ma restano in quelle delle serie minori"), è altrettanto vero che "non c'è più coinvolgimento da parte delle persone. Tutti tifano solo per le poche grandi squadre, Arsenal, Chelsea, Manchester United e Liverpool. Ma i bambini allo stadio non ci vanno più, non c'è più attaccamento al territorio". Un omogeneizzato di pedate globalizzate, niente più a che fare con i tempi in cui tifavi la squadra della tua città, che vincesse o perdesse.

Premier League 2017-2018

Tutti i siti Sky