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25 giugno 2009

E' American Dream: "Yes we can" il motto per la finale

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Il balletto davanti alla bandierina del corner tra Davies e Altimore dopo il gol che ha portato in vantaggio gli americani

PIERLUIGI PARDO, inviato di SKY Sport alla Confederations Cup, compie un viaggio dentro all'impresa degli Stati Uniti che hanno eliminato la favoritissima Spagna dalla Confederations: sembra un luogo comune, ma Obama è veramente un modello cui ispirarsi

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di PIERLUIGI PARDO

“Yes, We can” ce l’hanno in testa tutti, al Free State Stadium. La partita è finita da poco. L’America del soccer non era mai arrivata così in alto.

“Noi siamo americani, crediamo sempre nelle imprese impossibili”, dice Landon Donovan, il fantasista della squadra. Manca solo il decollo in lontananza dell’Air Force One, ma lo spirito patriottico c’è tutto. Il sogno americano applicato al pallone. Due partite fa, del resto erano spacciati. Sbagliato. Sembravano spacciati. Oggi sono la prima finalista della Confederations Cup.

Gli spagnoli li riconosci perché sono quelli che stavolta non sorridono. Dopo trentacinque partite senza perdere avevano comprensibilmente smarrito l’abitudine alla sconfitta. “Ci farà bene”, dice Casillas che prova a guardare avanti, ma deve ammettere che una Spagna così confusa ultimamente non si era mai vista.

Hanno vinto le motivazioni di Altidore, vent’anni appena e fisico da attaccante del futuro, quelle di Onyewu di cui nei prossimi giorni si parlerà per il mercato, ma soprattutto la crescita complessiva di un gruppo pieno di gente che gioca in Europa. Globalizzazione. “Se sei abituato ad averli contro tutte le domeniche, i grandi giocatori non possono più farti paura”, dice ancora Donovan.

Ha ragione lui. Anche Obama, che da bambino praticò il soccer prima di innamorarsi del basket, apprezzerà. Anche lui era un underdog, del resto, un outsider all’inizio delle primarie democratiche. Oggi è un’icona, il primo presidente nero nella storia d’America. “Yes, We can”, appunto.

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