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27 giugno 2009

Il ''Sogno Americano'' sbatte contro le certezze del Brasile

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Designati gli arbitri per l'ultimo giorno di Confederations Cup: Brasile-Usa, in programma a Johannesburg, allo svedese Martin Hansson. L'australiano Matthew Breeze invece dirigerà la finale per il terzo posto tra Spagna e Sudafrica

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Il Sogno Americano ha molte facce e mille storie. E quelle degli Stati Uniti finalisti di Confederations Cup contro i "mostri sacri" brasiliani meritano, se non il lieto fine, almeno di essere raccontate. Quelle dei ragazzi di coach Bradley - sì, coach, perché là così chiamano gli allenatori - sono la prova che gli Stati Uniti, nel calcio, sono ancora la terra delle opportunità.

Prendete Howard. Simbolo del "meltin pot", il crogiolo di razze, per il padre afroamericano e la madre ungherese. Da ragazzo ha sofferto della sindrome di Tourette, una malattia neurologica che nello sport ha colpito anche Paul Gascoigne e Mahmoud Abdul Raouf, ex NBA e Roseto. Da piccolo, Howard giocava proprio a basket, da play. Poi ha scoperto il calcio, è stato portiere del Manchester United e con l'Everton, quest'anno, si è tolto lo sfizio di eliminarlo in semifinale di FA Cup.
Religiosissimo, è membro della Comunità degli "Athletes in Action", e ora sfiderà in finale l'"Atleta di Cristo" Kakà.

Oppure prendete Altidore. Se Landon Donovan, Q.I. calcistico superiore e recordman per presenze e gol, è il leader, lui è la stella emergente. Haitiano scoperto dall'ex stopper del Padova Alexi Lalas, al Villarreal è costato 10 milioni di dollari: al debutto nella Liga ha segnato dopo un minuto. In questa Confederations Cup, ha spaventato l'Italia e castigato la Spagna. Ripetersi in finale col Brasile sarebbe un sogno. Un sogno americano.

Certo, guardando i precedenti, quella tra Brasile e Stati Uniti è una finale talmente scontata da far venire il sospetto che non sia tale. Se la Seleção si affida al suo infinito talento e alla forza dei numeri (14 vittorie in 15 confronti diretti), gli USA ripensano alla semifinale di Gold Cup del 1998.

1-0 per gli americani il 10 febbraio a Los Angeles, gol di Pedrag "Preki" Radosavljevic. Era un Brasile sperimentale, molto diverso da quello che Mario Zagallo avrebbe portato in finale al mondiale francese, ma bastò alla squadra, allora di Steve Sampson, per prendere coscienza di sé.
Un precedente beneagurante, l'unico, cui fa da contraltare quello più recente: il 3-0 del 18 giugno a Pretoria, gol di Felipe Melo, Robinho e Maicon.

Anche questo di Dunga è, in qualche ruolo, un Brasile sperimentale. Perché il "Cucciolo" ha appena lanciato titolare Ramires e deve risolvere l'enigma del terzino sinistro: André Santos o Dani Alves spostato a sinistra per non rinunciare, dall'altra parte, al fenomenale Maicon. Uno dei punti fermi della squadra che, fra un anno, tornerà in Sud Africa da favorita del mondiale. Gli altri si chiamano Julio Cesar, Lucio, Kakà e Luis Fabiano, cui basta un gol per vincere la classifica dei marcatori e, magari, questa Confederations Cup. Un finale talmente scontato, da far venire il sospetto che non sia tale.

Christian Giordano, SkySport24

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